Giovedì 06 Agosto 2020 | 17:27

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Dalle scosse nel governo alle crepe nei due partiti

Governare da soli stanca. Figuriamoci governare in coalizione.

Governo

Governare da soli stanca. Figuriamoci governare in coalizione. Figuriamoci governare in una coalizione di opposti. Figuriamoci governare con due vicepremier che si marcano stretti che manco Beppe Furino e Rino Gattuso ai tempi belli. Figuriamoci governare con due vicepremier criticati o smentiti dai loro rispettivi numeri due di partito. Che ad Alessandro Di Battista non garbasse molto la linea ministeriale di Luigi Di Maio lo notava anche un cieco. Oggi però il leader dell’ala movimentistica dei pentastellati è uscito allo scoperto, accusando il capo politico del M5S di aver perso contatto con la militanza e di aver ceduto troppo al conducente del Carroccio. Anche in passato Di Battista non aveva lesinato qualche puntura di spillo nei confronti dell’«amico Luigi».

Ma, appunto, si trattava di punture di spillo, non di cazzotti trasferiti nero su bianco in un libro simile a un contromanifesto di lotta, a una requisitoria senza attenuanti nei confronti di chi (con la casacca a cinque stelle) è ai vertici del governo al fianco del Nemico. Stavolta è diverso. Il dissenso tra i due puledri del Movimento non soltanto è profondo, ma è pure esplicitato, senza la melassa del politichese o l’ombrello delle smentite preconfezionate.
Che a Giancarlo Giorgetti non piacesse molto la linea dura contro l’Europa e l’euro incarnata da Matteo Salvini e rivendicata soprattutto dagli ultrà della Lega come Claudio Borghi e Alberto Bagnai, lo capiva anche il più addormentato tra gli analisti. Ma nessuno, forse, avrebbe mai pronosticato una sortita choc da parte del sottosegretario alla presidenza del Consiglio che, in sostanza, ha ridicolizzato la proposta dei minibot cara al tandem di cui sopra (e pure al Capitano della squadra). I retroscenisti hanno collegato il pugno di Giorgetti ai due economisti anti-euro al suo obiettivo di entrare a far parte della prossima commissione europea. Sarà. Ma è da sempre, è dal battesimo del governo Conte, che Giorgetti manifesta il suo scetticismo verso il radicalismo leghista nei confronti dell’Unione. Solo che, nei mesi scorsi, il malessere del sottosegretario nei riguardi della linea anti-euro era, all’esterno, solo percepito, mentre ora questo malessere ha partorito un certificato di autenticità rilasciato dal diretto interessato.

Intendiamoci. Giorgetti non capeggerà mai un fronte, e neppure una fronda, contro Salvini. Non rientra nella sua indole e, in ogni caso, non ci sono le condizioni. Ma il fatto che il numero due del Carroccio ironizzi su un punto importante (i minibot) del programma leghista, sia pure senza tirare direttamente in ballo il leader Matteo, la dice lunga sulla tenuta dei partiti ai tempi della rinata legge elettorale proporzionale.
Così come accadeva durante la Prima Repubblica, segnata dalla proporzionale, anche oggi nessun partito può ritenersi al sicuro da scosse interne. Infatti. Anche i leader più vincenti e carismatici devono fare i conti con le crepe e le fratture intestine, tendenzialmente assai più insidiose, per la stabilità di un governo, della fisiologica o patologica conflittualità tra i partiti soci o contraenti di una coalizione.

In fondo, le trame della politica tendono a ripetersi o, addirittura, a fotocopiarsi, quando le regole del gioco si somigliano. La Prima Repubblica, ad esempio, era caratterizzata dagli assi trasversali tra le correnti (e relativi capi) dei diversi partiti al governo. Negli anni d’oro del centrosinistra il segretario socialista Francesco De Martino (1907-2002) era l’interlocutore privilegiato del leader dc doroteo Mariano Rumor (1915-1990) mentre l’altro leader socialista Giacomo Mancini (1916-2002) aveva la sua sponda nell’«andreottiano» Giulio Andreotti (1919-2013). La figura storica del Psi, Pietro Nenni (1891-1980), che era Nenni, aveva il suo punto di riferimento, nella Dc, in Aldo Moro (1916-1978), che era Moro.
Ma quante crisi sono scoppiate nei decenni passati solo perché un asse trasversale voleva ricontrattare gli equilibri di potere con l’asse al governo? Un sacco.

Manca poco. A breve si formeranno, se non si sono già formati, i nuovi assi trasversali della Repubblica. Per ora funziona, nonostante le pubbliche schermaglie, solo l’asse tra i due vicepremier. Ma non è da escludere che non ne spunti uno alternativo e rivale, sempre all’interno del duopolio al governo.
Forse non ce ne sarà bisogno, anche perché difficilmente l’attuale quadro politico potrà resistere a lungo al logoramento prodotto dal susseguirsi delle liti, non soltanto nella Capitale, ma soprattutto tra Roma e l’Unione Europea. Del resto, se persino il condottiero di un partito al 34% deve prendere atto del disagio del suo braccio destro, che forse esprime le attese dei maggiorenti regionali del Nord, ciò significa che la situazione è sempre più complicata e che per disinnescare la mina frutto di ambizioni personali, scomposizioni favorite dal sistema proporzionale e rischi di assi trasversali sempre più incontrollabili, non resta che richiamare di nuovo gli italiani alle urne.

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