Mercoledì 26 Giugno 2019 | 18:34

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«Se la coppia di governo scoppierà sarà - a detta dei più - a causa dell’autonomia differenziata che sta a cuore alla Lega e alle Regioni del Nord»

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BARI - Dicono che non sarà la questione migranti a rovinare il rapporto tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini e neppure il futuro atteggiamento parlamentare dei Cinque Stelle sulla richiesta, avanzata dalla magistratura ordinaria, di processare il ministro dell’Interno per la vicenda dei profughi bloccati sulla nave Diciotti. Se la coppia di governo scoppierà sarà - a detta dei più - a causa dell’autonomia differenziata che sta a cuore alla Lega e alle Regioni del Nord. La materia è così esplosiva e dirompente (anche per l’unità nazionale) che, secondo i retroscenisti di Montecitorio, farebbe saltare l’accordo-spartizione che ha spianato la strada all’esecutivo in carica: il federalismo spinto (per il Nord) in quota leghista, il reddito di cittadinanza (per il Sud) in quota pentastellata. 

Non sappiamo se, in effetti, la squadra ministeriale guidata da Giuseppe Conte abbia potuto giurare al Quirinale solo dopo aver concordato e definito i termini dello scambio di cui sopra. Sappiamo solo che i massimi dirigenti della Lega - nonostante il silenzio di Salvini - pronosticano espressamente una crisi di governo qualora si dovesse bloccare il cammino di quell’autonomia dopata che doterebbe le Regioni Veneto e Lombardia (l’Emilia-Romagna segue a ruota) di poteri così estesi da germogliare una secessione di fatto.
Non si esclude che sia il presidente della Repubblica a prendere un’iniziativa in difesa dell’unità nazionale, di cui lui è garante per vocazione e in virtù del dettato costituzionale. Tutto avrebbe voluto fare Sergio Mattarella tranne che imitare quei suoi predecessori orientati verso una linea interventistica del mandato presidenziale. Ma lo «stato d’eccezione», si sa, può richiedere misure e atteggiamenti mai programmati o immaginati. E, obiettivamente, la tutela dell’unità nazionale merita l’attenzione primaria da parte della massima autorità del Paese.
Tra le righe, o a bassa voce, alcuni osservatori contrari alle pretese autonomistiche delle Regioni del Nord, danno l’impressione di essersi pentiti per aver votato no alla riforma costituzionale presentata dal governo Renzi e bocciata all’esame referendario. Quella riforma tagliava le unghie alle Regioni e rafforzava il ruolo dello Stato centrale, anche per evitare lunghi e costosi contenziosi tra Roma e la periferia. Ma, è notorio, quel referendum (dicembre 2016) saltò più per il crollo di popolarità dell’allora presidente del Consiglio che per il basso indice di gradimento nei riguardi del testo sottoposto al giudizio degli italiani. Lo stop era rivolto al Rottamatore, non tanto alla sua revisione costituzionale. Comunque: cosa fatto capo ha. Anche se quella vicenda referendaria dovrebbe insegnare qualcosa, non soltanto in Italia. Logica democratica vorrebbe che si votasse sul merito delle proposte, non sulla carta di identità di chi le ha presentate, dato che i governanti passano, ma le riforme, le leggi rimangono (o saltano), e incidono sul futuro di tutti.

La maggioranza degli elettori inglesi ha votato a favore della Brexit. Lo ha fatto più per cacciare l’inviso primo ministro David Cameron che per scappare dall’Europa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un pasticcio megagalattico e autolesionistico (per gli stessi britannici, soprattutto) che neppure una Cassandra avrebbe osato vaticinare. Queste sono le conseguenze provocate da chi - anche di fronte a quesiti di sostanza, che andrebbero spersonalizzati, non personalizzati -, si lascia condizionare da valutazioni d’altro tipo, non ultimi il look. la telegenicità o la simpatia/antipatia dei soggetti in campo.
Ieri la Gazzetta ha pubblicato il resoconto di un forum organizzato insieme con l’Osservatorio banche-imprese della Puglia sulla questione dell’autonomia del Lombardo-Veneto. Nessuno, fra i relatori, ha glissato sui limiti storici del Sud, a cominciare da quelli delle classi dirigenti, limiti sottolineati da sempre dal top della cultura meridionalistica, a iniziare da Giustino Fortunato (1848-1932), Guido Dorso (1892-1947) e Gaetano Salvemini (1873-1957). Ma tutti gli intervenuti hanno messo in evidenza i rischi di un processo di disgregazione del Paese che non avvanteggerebbe nessuno, forse nemmeno il Settentrione. In realtà l’unità economica del Paese è ancora di là da venire, il che ha penalizzato e penalizza innanzitutto il Mezzogiorno. La parità infrastrutturale, poi, grida vendetta al cielo, col paradosso che i contribuenti meridionali sono sottoposti a una tassazione da società scandinava pur usufruendo di opere e servizi pubblici tipici di una realtà sudamericana. Non si comprende, perciò, di cosa si lamentino quei settori padani che, sotto sotto, non fanno mistero di puntare alla secessione. Ritengono, così facendo, di diventare ancora più ricchi? Bah. Tra l’altro, sarebbe tutto da dimostrare. Un Nord Italia senza il Sud Italia conterebbe nel mondo assai meno dell’Italia così com’è.

Ha dell’incredibile il sentimento di autodistruzione, il cupio dissolvi che sta pervadendo larghe fasce della società italiana, un sentimento nostalgico, orientato al passato, alle patrie lillipuziane, all’esaltazione del piccolo mondo antico, al provincialismo e al localismo elevati a modelli di vita. È un atteggiamento miope, che ignora quello che accade del mondo, dove la logica del «viva il piccolo» o del «piccolo è bello» sta subendo sconfessioni micidiali, e non solo per il protagonismo cinese. Piaccia o no, la globalizzazione è irreversibile, perché soddisfa le giovani generazioni, che si sentono più europee e sovranazionali che italiane o tedesche. Semmai l’Italia e tutti gli stati nazionali - «anacronistici» secondo l’europeista Luigi Einaudi (1874-1961) - andrebbero rivoltati e rigettati come calzini per un obiettivo opposto: l’unità politica del Vecchio Continente. Altro che secessioni o autonomie varie. Servirebbe il contrario, perciò bisognerebbe gettare il cuore oltre l’ostacolo.

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