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La secessione del Nord è contro la storia

La secessione dei redditi delle più ricche regioni del Nord non rischia solo di danneggiare il Sud. Si basa infatti su presupposti sbagliati e va anche contro la storia. Vediamo perché.

E pensa tu se il Sud non fosse ignorato

La secessione dei redditi delle più ricche regioni del Nord non rischia solo di danneggiare il Sud. Si basa infatti su presupposti sbagliati e va anche contro la storia. Vediamo perché.
Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna puntano oggi ad una autonomia differenziata molto spinta rispetto alle altre regioni d’Italia. Queste tre sole regioni del Nord hanno un reddito complessivo superiore ai 700 miliardi di euro, poco più del 40% del reddito complessivo italiano. Finora, dicono gli autonomisti, una quota cospicua di questo reddito delle tre regioni del nord, il cosiddetto residuo fiscale, è stato distribuito alle altre regioni, in particolare quelle del Sud, che si caratterizzano per scarsa produttività e attitudine al lavoro. Dunque, continuano gli autonomisti, è bene che Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna trattengano nei loro territori una parte cospicua del cosiddetto “residuo fiscale” senza girarlo alle regioni meno produttive che dovranno così arrangiarsi da sole e “darsi una mossa”.

Apparentemente il ragionamento è logico. Ma guardando i numeri scopriamo che le basi su cui si fonda sono profondamente sbagliate. Dalle ricerche Svimez sulla pressione tributaria territoriale scopriamo che, in proporzione al reddito percepito, il cittadino meridionale paga il contributo fiscale allo Stato in misura maggiore rispetto a quello settentrionale. Al Nord, al crescere della ricchezza, è diminuita negli anni la pressione fiscale. Nel Sud del Paese invece ad un aumento del benessere è corrisposto un aumento della pressione tributaria.

Punto secondo: le infrastrutture. È ben noto che esse generano ricchezza. Si provi ad immaginare come la strada statale sinnica, che divide in due la Basilicata, abbia valorizzato i tanti paesi che oggi si affacciano alla strada e che prima erano raggiungibili da mulattiere. Si pensi a quanti terreni abbiano moltiplicato il loro valore per la sola vicinanza alla strada. E quante stazioni di servizio, centri commerciali, grandi magazzini siano sorti ai lati della strada mentre prima non esistevano, dando ricchezza e occupazione. Una strada o una ferrovia o un aeroporto può cambiare il destino di un territorio. Ebbene: la più importante e costosa grande opera realizzata in Italia negli ultimi decenni, l’alta velocità ferroviaria, attraversa tutto il Nord e il centro per fermarsi a Salerno, tagliando fuori, quasi del tutto, il Sud d’Italia. Perché? Perché i gioielli turistici del Sud, dove milioni di abitanti del Nord vanno a villeggiare d’estate, vengono raggiunti da collegamenti a bassa velocità? Perché la stessa attenzione per i collegamenti ferroviari al Nord non è stata destinata a un gioiello mondiale come Matera che risplende con la sua bellezza nell’isolamento ferroviario? E poi: dei miliardi impiegati per la realizzazione dell’alta velocità nel Nord Italia non hanno beneficiato largamente proprio quelle tre regioni che oggi chiedono l’autonomia spinta dal resto dell’Italia? Non è dunque al Nord che è rimasta, in questo modo, attraverso i massicci investimenti statali in infrastrutture, larga parte del residuo fiscale prodotto dal Nord stesso? Infine: tabelle alla mano, non è vero che la spesa pubblica per infrastrutture e servizi negli ultimi decenni ha privilegiato il Nord con la scusa che “tanto il Sud ha i soldi europei per le politiche di coesione”? E quindi non è vero che la spesa statale destinata al Sud è di fatto diminuita?

Ultimo punto. Abbiamo detto all’inizio che le spinte autonomistiche vanno contro la storia. Ed è così. Il primo ad accorgersene fu, nel Duecento, Dante Alighieri. Al suo tempo l’Italia, per dirla con Metternich, era veramente “una espressione geografica” perché il Paese era diviso in stati e staterelli tutti gelosi della propria autonomia e tutti impegnati a costruire alte mura cittadine per isolarsi e non condividere le ricchezze accumulate. A Nord, da est a ovest, c’era la Repubblica di Venezia. Poi Milano, passata ai Visconti. Quindi Genova, repubblica marinara, che si era sbarazzata della concorrenza storica di Pisa, ancora padrona della Sardegna. Poi Firenze, gelosa dei suoi fiorini d’oro e dei propri privilegi. Poi ci sono le signorie dei Pepoli a Bologna, degli Este a Ferrara, dei Bonacolsi a Mantova, dei Montefeltro a Urbino, dei Polenta a Ravenna, dei Malatesta a Rimini, dei Carrara a Padova. Poi le città stato di Siena, Arezzo e Lucca. Al centro della Penisola c’è lo Stato pontificio, Al Sud il reame di Sicilia e delle Puglie. A Napoli regna la casa D’Angiò. Nell’estremo Sud infine la Sicilia che, liberatasi dai francesi con la rivolta dei Vespri, dipende ormai dagli Aragonesi.

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