Sabato 20 Aprile 2019 | 02:39

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Se prescrizione farà rima con votazione (anticipata)

Nonostante le rassicurazioni ad hoc, difficilmente l’esecutivo gialloverde durerà per l’intera legislatura.

Conte ottiene la fiducia alla Camera con 350 voti a favore, 236 contrari e 35 astenuti

La legge stabilisce che il voto europeo non si possa accoppiare con le elezioni politiche. Altrimenti, le probabilità di una simultanea consultazione a maggio, per i parlamenti di Strasburgo e di Roma, diverrebbero più fondate delle prospettive juventine di scudetto. Il contratto di governo tra M5S e Lega non è diverso dai contratti ordinari. Sospetti tra i soci. Liti sulle interpretazioni di quanto è pattuito. Voglia di forzare la mano sui punti controversi. Difficoltà di far accettare i contenuti agli spiriti più irriducibili. Se poi, nel caso in discussione, si aggiunge la competizione permanente tra i due vicepremier, competizione tesa a monopolizzare la scena mediatica e ipotecare, a contratto scaduto, la leadership politica futura, il cerchio si chiude.

Nonostante le rassicurazioni ad hoc, difficilmente l’esecutivo gialloverde durerà per l’intera legislatura. Anche perché la tentazione di tagliare la corrente a Camera e Senato potrebbe, a breve, rivelarsi irresistibile come la Nutella, sia per la Lega sia per il Movimento grillino.

Servirebbe, per entrambi i soci, un casus belli in grado di rompere il «contratto» senza far rimediare una figuraccia davanti all’opinione pubblica. Il pomo della discordia è pronto, già confezionato come una scatola di cioccolatini da portare in regalo. Si chiama prescrizione e rientra in quella materia, più esplosiva della dinamite, che chiama in causa i rapporti tra politica e giustizia. È noto, il ministro Alfonso Bonafede vuole abolire la prescrizione dopo il giudizio di primo grado. La Lega la pensa diversamente e, anche se finora la sua contrarietà al proposito del Guardasigilli, non ha assunto - tranne che in un caso - la radicalità di altre sigle politiche (Forza Italia e Pd), è pressoché scontato che Matteo Salvini non darà mai il via libera al piano pentastellato per contenere la durata dei processi: basti pensare che la ministra Giulia Bongiorno, vicina al capitano leghista, ha paragonato alla bomba atomica la riforma del collega Bonafede.

E allora. La battaglia sulla prescrizione è un buon pretesto per prepensionare il governo Conte senza che nessuno tra i due partner di coalizione risulti perdente nello scontro.
Salvini ha il vento in poppa. I sondaggi lo riempiono di voti. Solo un autocandidato alla castità elettorale rinuncerebbe al desiderio di tradurre in conquiste numeriche l’appeal che la Lega oggi esercita su larghe fasce di votanti. Ma non è mai semplice disdire un accordo e richiamare l’elettorato alle urne. La storia dimostra che i disinvolti promotori di votazioni anticipate quasi sempre vanno incontro, in cabina elettorale, a docce fredde paralizzanti. Ergo, serve sempre un buon motivo, una ragione plausibile, per decretare l’aborto di una legislatura. La giustizia, o meglio la sfida sulla riforma della giustizia, rientra sicuramente, è il caso di dire, nel novero delle cause sostenibili. Nessuno liquiderebbe la contrapposizione sulle regole per i processi come il capriccio di uno o due irresponsabili. Anzi. Tutti si sforzerebbero di riconoscere l’opportunità di un confronto aspro su un tema così essenziale per i cittadini.
Salvini non avrebbe bisogno di raffinati suggeritori per spiegare il divorzio da Luigi Di Maio (sul problema della prescrizione) e aprire le danze per il ballo elettorale. Direbbe che i processi non possono durare all’infinito, che, senza limiti di tempo, la civiltà giuridica verrebbe annientata come Dresda durante la seconda guerra mondiale, e che senza prescrizione la stessa Costituzione verrebbe stravolta come uno straccio.

E veniamo a Di Maio. Il vicepremier grillino è assediato nel governo e nel suo partito. Nel governo è assediato dal tandem Salvini-Giorgetti, che non perde occasione per incalzare il resto della squadra. Fuori dal governo è pressato dallo stato maggiore del Movimento e soprattutto dai fantasmi di Alessandro Di Battista e Roberto Fico, che, se fosse dipeso da loro, con Salvini non avrebbero condiviso neppure un caffè al bar dello stadio. Di Maio non può permettersi il lusso di fermare Bonafede sulla prescrizione, pena l’insurrezione dell’ala più dura del M5S.
Dividersi sulla prescrizione, comunque, potrebbe risultare opportuno per i Cinque Stelle, anche per un’altra considerazione. Il «reddito di cittadinanza» resta ancora un oggetto misterioso. Si sa solo che richiede una barca, anzi una nave di quattrini. Anche perché bisognerebbe ritoccare all’insù le pensioni minime, potenziare i centri per l’impiego, dare il sussidio a milioni di disoccupati. E dove si troverebbero i quattrini? E chi paga? E i mercati come reagirebbero? E l’Europa? E, nel frattempo, i soldi per le opere contro i disastri delle piogge dove si troverebbero?
Ecco. Lo strappo sulla prescrizione metterebbe Di Maio (o chi per lui, se cambierà il candidato premier) nella comoda condizione di rilanciare, come messaggi chiave della campagna elettorale, la battaglia sul sussidio universale e sulla giustizia. All’insegna di questi due slogan: «Dicono no al reddito di cittadinanza perché non vogliono aiutare i poveri», «Dicono no allo stop alla prescrizione perché vogliono salvare i corrotti».
Prepariamoci, dunque, all’ipotesi del voto politico prima o, più verosimilmente, sùbito dopo le consultazioni europee. Anche perché Salvini, l’uomo forte del momento (oggi accreditato tra il 30% e il 34%), non vorrà fare come Matteo Renzi che, dopo l’exploit elettorale europeo (41% nel 2014), preferì non spingere sull’acceleratore delle votazioni politiche in Italia. Un’esitazione fatale per l’attuale senatore di Scandicci. Il treno giusto, di solito, passa solo una volta nella vita.

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