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Se il reddito di cittadinanza ruba il futuro ai giovani

L’assenza di una prospettiva ha cancellato la parola speranza dall’orizzonte di molti ragazzi. Il «conforto» arriva dalla realtà virtuale.

Se il reddito di cittadinanza ruba il futuro ai giovani

«È vecchio chi non ha il futuro tra i pensieri». È una bella definizione dello scrittore Erri De Luca. Nell’apparente semplicità cela più d’un problema. Se parliamo di vecchi a livello anagrafico, è fin troppo noto che l’Italia detenga il record europeo. Un primato difficile da gestire e sostenere, perché la vecchiaia pone due grandi questioni allo Stato: l’assistenza sanitaria e le pensioni. I costi sono enormi e neppure chi è deputato a farlo riesce ad averne una precisa misura. Tanto da essere continua fonte di scontro fra Governo, Inps e ministeri.

Molti «vecchi anagrafici» hanno poi un problema che il governo ignora: si chiama solitudine e abbandono. Nelle città globalizzate e spaesanti si vive da sconosciuti. Se non si hanno coniuge, figli o nipoti l’esistenza può diventare una condanna. Il paesello fatto di solidarietà porta a porta almeno aiutava a superare questa condizione.
Ma anche i «vecchi anagrafici» che hanno figli e nipoti non se la passano benissimo. Perché temono per il futuro dei ragazzi. Se torniamo alla definizione di De Luca allora bisogna chiedersi quale futuro hanno in testa i giovani. Ma forse è una domanda sbagliata. Sarebbe più appropriato interrogarsi se i ragazzi di oggi credono al futuro, se vedono il tempo che verrà come un tempo per realizzare sogni e aspirazioni oppure come lo vedeva Cesare Pavese lo spazio che separa dalla liberazione finale della morte.

Saranno pure pensieri cupi, ma è indiscutibile che la cifra dell’oggi sia data dalla paura del futuro. Le ragioni sono numerose. La prima e forse essenziale è data dal materialismo imperante nella nostra vita. Non c’è più spazio per il sogno, non c’è spinta - come si diceva una volta - a volare alto. Appiattiti su una realtà fatta di numeri e dura come la pietra che mette al bando proprio i sognatori. Le utopie - piccole e grandi - sono scomparse, risucchiate nei gorghi di una società liquida che non ha più punti fermi.

L’assenza di una prospettiva ha cancellato la parola speranza dall’orizzonte di molti ragazzi. Il «conforto» arriva dalla realtà virtuale, dalle droghe, dall’alcol. Lo sballo a tutte le ore più che una patologia è una saracinesca che si chiude sul domani.
Si può fare qualcosa per salvare un patrimonio così importante, l’unico vero di una nazione? Sembra di no. Ai giovani non si dà lavoro e li si educa a un assistenzialismo folle. Prima mantenuti dalle famiglie, poi dallo Stato grazie al promesso reddito di cittadinanza. Una vita fine a se stessa, senza «cazzimma», come dicono a Napoli. Rassegnàti a sopravvivere. Una volta si sognavano anche le rivoluzioni, a scuola e nelle università scattavano le proteste e le contestazioni. Si pubblicavano libri da titoli emblematici come «Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano». Oggi le formiche hanno smesso di fare notizia e il problema è diventato l’invasione delle pulci asiatiche che infestano molte città del nord Italia e che ben presto ci ritroveremo anche al Sud.

Il futuro lo costruiscono anche i «maestri», cioè coloro che in un mestiere, in un’arte, in una professione e soprattutto nella vita hanno la capacità d’insegnare. Dove sono i maestri se tutto s’impara da Internet, se Wikipedia è l’unico docente per tutte le discipline, se anche per cucinare un uovo trovi almeno dieci «tutorial» (i video di istruzioni) su youtube? L’unico maestro rimasto è la Rete, che t’insegna tutto: dal sesso alle lingue, da come si vernicia una porta a come curarsi il mal di schiena. L’unica cosa che la Rete non fa è insegnarti il futuro. Perché la sua cifra è l’oggi, l’attualità il presente. Occorre essere invece un po’ visionari per guardare al domani senza averne il timore, per costruirlo, per riempirlo di sogni, speranze e progetti. Chissà se mai un codice prevederà il «furto» del futuro, eppure è oggi il reato più diffuso.
Per cambiare più che un governo del cambiamento serve che i giovani si riprendano il loro futuro. Che tornino a progettare e a sognare, a vedere il tempo che verrà come lo spazio delle opportunità e non come un’angosciante incognita. Occorre avere il coraggio di rimetterlo nei propri pensieri, il futuro, per non essere tutti vecchi a vent’anni.

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