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L’ombra di Di Battista avvicina i vicepremier

«Nella Prima Repubblica erano quasi sempre due le cause all’origine di una crisi politica: le nomine nel sottogoverno e gli appuntamenti elettorali intermedi»

La variabile Di Battista sul futuro gialloverde

Alessandro Di Battista

Nella Prima Repubblica erano quasi sempre due le cause all’origine di una crisi politica: le nomine nel sottogoverno e gli appuntamenti elettorali intermedi. Le nomine nel sottogoverno, in particolare alla Rai, scatenavano il putiferio tra i partiti e le correnti, non solo per il significato simbolico delle scelte (solo chi nominava il direttore del Tg1 era riconosciuto come il vero uomo più potente del Paese), ma anche per il dividendo in termini di consenso che i nuovi organigrammi, almeno in teoria, assicuravano. In alcuni casi era possibile siglare un compromesso, in altri casi no. Allora si apriva la crisi, attribuita alle ragioni più disparate, ma in realtà figlia dei dissapori più insanabili sui boiardi da insediare nelle caselle della nomenklatura. Anche le elezioni intermedie (comunali, regionali ed europee) non giovavano alla stabilità dei governi. Le fibrillazioni iniziavano prima dell’apertura delle urne. Liti sui candidati. Posizionamenti e riposizionamenti partitici e correntizi. Delusioni di capi e sottocapi. Defezioni. Tradimenti. Vendette. Immancabilmente dopo le consultazioni elettorali si avviava la cosiddetta verifica, una precrisi che, di solito, sfociava in crisi ufficiale e che preludeva a un nuovo assetto di coalizione e di potere dopo le scosse registrate nell’urna.

Di fronte al tandem Di Maio-Salvini ci sono proprio i due ostacoli che un tempo toglievano il sonno ai governanti in carica: le nomine Rai e il voto europeo. Stavolta, le nomine Rai (il rebus presidenza è stato già risolto) non dovrebbero provocare sussulti irrimediabili, anche se non è facile realizzare la quadratura del cerchio tra mille aspirazioni e duemila calcoli.

Ora. Anche se, pure nei matrimoni di interesse, com’è quello tra M5S e Lega, il prestigio recita un ruolo fondamentale - sarebbe un risultato di eccezionale rilievo, per Di Maio o Salvini, passare alla cronaca come il vincitore della disfida sulla Rai -, il tam tam più accreditato esclude strappi irreparabili, tanto meno rotture plateali. Il pareggio conviene a entrambi i dioscuri del governo. Su ogni fronte. Infatti, sia Di Maio sia Salvini si sono guardati bene dal gettare benzina sul fuoco in occasione della lite sulla pace fiscale. Se si fossero fatti prendere dall’istinto probabilmente indotto Giuseppe Conte a dimettersi, ma avrebbero perso l’occasione di nominare i responsabili dell’informazione Rai.

Sarà dunque il voto europeo il vero redde rationem tra i due soci dell’esecutivo. Oggi, in Parlamento, Salvini ha la metà dei seggi di Di Maio, in linea con la metà dei consensi (rispetto ai grillini) ottenuti lo scorso 4 marzo. Ma rispetto a Di Maio, il capitano leghista spera di utilizzare qualche carta in più: i sondaggi favorevoli e l’assoluto dominio nella formazione politica post-bossiana di cui è la guida incontrastata.

Salvini è papa, re e cardinale nella Lega. Solo Umberto Bossi aveva esercitato un analogo solitario comando, anche se costellato da scissioni e miniscissioni. Salvini non deve fronteggiare neppure il malcontento di un fattorino di sezione. È il padrone assoluto a casa sua. Anzi non vede l’ora di estendere oltre frontiera il suo recinto «sovranista».
Di Maio no. Di Maio è un primus inter pares nel M5S. Pur essendo un Movimento dalla ferrea disciplina, l’esercito grillino annovera parecchi generali in concorrenza tra loro, a iniziare dal fondatore (Beppe Grillo) e dal figlio (Davide Casaleggio) del cofondatore (Gianroberto Casaleggio) per finire a Roberto Fico e Alessandro Di Battista.

Fico e Di Battista sono assai popolari tra i simpatizzanti del M5S. Il primo incarna l’anima radicale del Movimento, quella più vicina alla sinistra. Non a caso Fico è il più lontano dalla logica del «contratto» con la Lega. Il secondo, cioè Di Battista, rappresenta l’anima battagliera del grillismo, quella più vicina all’ex attore comico. Inoltre, Di Battista spopola tra i social e può godere di quella rendita di posizione che ha conquistato decidendo di smarcarsi dalle vicende italiane per concedersi un lungo viaggio alla scoperta delle Americhe.

Ogni mossa di Di Maio deve tener conto non solo delle reazioni del suo elettorato e dei padri fondatori del Movimento, ma soprattutto delle opinioni di Di Battista e Fico, anche perché quest’ultimi potrebbero offrire un’alternativa parlamentare (con un Pd senza Renzi) alla coalizione, sia pure provvisoria, con la Lega.
Non è comoda la posizione del vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico. In via di principio è lui a dettare la linea e a dare le carte. Ma nei fatti deve guardarsi attorno cento volte al giorno e soprattutto deve leggere con la lente d’ingrandimento ogni frase pronunciata dagli altri due diadochi del Movimento.

Ecco perché le prossime elezioni europee saranno la prova del nove, soprattutto per Di Maio. Un arretramento grillino metterebbe in forse la sua leadership. Salvini che queste cose le afferra al volo, perché possiede un fiuto da cane da tartufo, evita di spezzare la corda con il collega Luigi, pena la retrocessione di quest’ultimo e la promozione di Di Battista e Fico, entrambi in grado di dar vita alla mossa del cavallo nel campo delle alleanze.

Morale: pur avendo il doppio dei voti di Salvini, Di Maio non può permettersi di contare e incidere per due volte rispetto al partner di governo. Ci sono troppi convitati di pietra (interni allo squadrone stellato e rivali del vicepremier grillino) attorno al governo Conte. Il che non costituisce un punto di forza. 

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