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È passato sotto silenzio il taglio dei fondi alla legge per l’editoria. Ne ha parlato solo la propaganda governativa, con colpevole ambiguità, ma la realtà dice ben altro: stiamo parlando di circa 53 milioni di euro l’anno

Poveri giornali tele-sfruttati, web-depredati e poli-bersagliati

È passato sotto silenzio il taglio dei fondi alla legge per l’editoria. Ne ha parlato solo la propaganda governativa, con colpevole ambiguità. Alla maggioranza degli italiani, è sembrato che si trattasse di un giusto provvedimento. Basta sprechi e regalie, con i soldi pubblici elargiti a editori senza scrupoli e a giornalisti parolai. La realtà dice ben altro. Stiamo parlando di circa 53 milioni di euro l’anno. Se si escludono le testate più importanti (Avvenire, Libero, Italia Oggi, Il Manifesto) il grosso dei contributi è andato all’editoria locale. L’effetto è stato di cancellare un diffuso lavoro nero. Per giornalisti, tipografi e grafici non più precariato, ma tutele e uno stipendio vero ancorché modesto. Nella crociata antigiornali si è dimenticato che senza quei fondi, irrilevanti all’interno del bilancio dello Stato, molte testate saranno costrette a chiudere. Sono voci che si spengono. E posti di lavoro che svaniscono. Secondo calcoli sommari potrebbero essere un migliaio fra giornalisti, tecnici e tipografi. Nessuno ne parla, nessuno fa niente. Se chiudesse un’azienda con mille dipendenti qualcuno se ne occuperebbe, magari ci sarebbero le proteste davanti ai Palazzi del potere. Ma questi mille sono figli di un dio minore, non sono massa, non sono compatti. Appartengono a diverse categorie e sono spalmati sul territorio, da Pordenone a Caltanissetta. Difficile che riescano ad avere una voce così potente da sovrastare il chiasso della propaganda.

Che cosa faranno ora che le testate chiuderanno e i loro editori – quasi sempre improvvisati – in quanto associazioni, gruppi di volontariato, diocesi, li manderanno a casa? Andranno con ogni probabilità a ingrossare l’esercito degli aspiranti al reddito di cittadinanza. La grande conquista dell’ala grillina del governo. In realtà la prima operazione di voto di scambio fatta alla luce del sole. Soldi in cambio di consenso elettorale. Il ministro Di Maio si è sempre premurato di dire che sono soldi che non andranno a chi sta a casa a poltrire, ma per ottenere il reddito occorrerà svolgere lavori socialmente utili. Ottimo proposito, ma come si realizza in concreto? Chi organizza, e come, la massa di persone che faranno domanda? E i controlli, come e da chi saranno fatti? A oggi non si riesce a neutralizzare l’esercito di furbetti del cartellino, non è verosimile che domani si possano scoprire e punire anche i furbetti del reddito di cittadinanza. Occorrerebbe una mostruosa e costosa macchina della sorveglianza.

Il taglio dei fondi all’editoria, alla faccia del detto volterriano secondo cui «non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo», s’inscrive in una più generale persecuzione nei confronti dei giornali cartacei. Per il solo fatto di essere un’informazione materiale e duratura la stampa si presenta con i requisiti della credibilità e dunque dell’autorevolezza. E questo contrasta invece con l’informazione attraverso la Rete, dove non c’è autorevolezza e la parola dell’imbecille vale quanto quella di un premio Nobel; dove vige la legge dei like: è vero ciò che ha più consenso; dove domina il chiasso delle chiacchiere piuttosto che il bisbiglio della ragione. Non è certo un segreto che questo governo voglia abolire l’Ordine dei giornalisti, casta pericolosa e incontrollabile. Cancellato l’Ordine, tutti saranno giornalisti. Ciascuno potrà praticare senza controllo e senza formazione un’attività che ogni giorno può mettere a rischio la vita delle persone. Un prezzo trascurabile nella battaglia per il trionfo del web.

Anche in questo caso nessuno fa niente. Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha approvato l’altro giorno le linee guida per un’autoriforma – l’ennesima – da sottoporre al sottosegretario Crimi con l’obiettivo di evitare l’abolizione. È il condannato che confessa il delitto che non ha commesso pur di evitare l’impiccagione. È solo un momento della liturgia di un sacrificio annunciato.

Ciò che sconcerta è il silenzio, la rassegnazione, il senso di inanità che permea tutti, a cominciare dalle vittime designate. È venuta meno una capacità di resistenza, sostituita da una più vaga e incerta resilienza. Chinati giunco, finché non è passata la piena, recita un proverbio siciliano. Oggi è diventato il verbo nazionale. Della famosa «società civile» non si vedono che effimere tracce. Purtroppo la difesa dei diritti richiede la vigilanza attiva, la forza dell’opposizione, il muro dei no. Azioni troppo impegnative per salvare quattro giornaletti parrocchiali e un gruppo di pennivendoli...

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