Domenica 20 Gennaio 2019 | 17:43

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Né Luigi Di Maio né Matteo Salvini vogliono la crisi di governo

Lega - 5 stelle una tregua fondata sugli equivoci

Luigi Di Maio (M5s), 31 anni, e Matteo Salvini (Lega), 45 anni

Né Luigi Di Maio né Matteo Salvini vogliono la crisi di governo. In qualunque altro posto del mondo, quando un alleato denuncia un falso ai danni del governo e del proprio partito e l’altro alleato rivendica quel documento sostenendo che il compagno l’ha letto e approvato, un gabinetto non resterebbe in vita un solo istante. Da noi è diverso. Salvini sa che Sergio Mattarella non concederebbe elezioni anticipate senza aver provato a sperimentare un governo dei grillini col Pd e Di Maio sa che con ogni probabilità quel governo si farebbe, ma che al posto suo siederebbero Fico o Di Battista. Quindi, meglio restare a cuccia. Matteo perciò è venuto in aiuto dell’amico Luigi, ha attenuato la sua intransigenza e oggi probabilmente gli strappi al decreto fiscale fisicamente cancellati da Di Maio giovedì sera nello studio di «Porta a porta» verranno rammendati da Giuseppe Conte che sta contendendo il titolo di Giobbe a Giovanni Tria.

Almeno fino alle elezioni europee si andrà avanti. Ma come? Gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno dimostrato che i contrasti ideologici e politici tra Lega e Cinque Stelle sono infinitamente superiori a quelli della Dc e del Pci che giusto quarant’anni fa governavano l’Italia del «compromesso storico» (aumentando anch’essi il debito pubblico). Denunciando lo scandalo del condono fiscale, l’ala dura e i militanti del Movimento si comportano come se ci fosse un governo monocolore, ignorando che il reddito di cittadinanza è semplicemente inconcepibile per i dirigenti e gli elettori della Lega. Quando lo spread ieri è arrivato a toccare i 340 punti, Salvini è intervenuto con gli idranti a spegnere i pericolosi focolai di crisi. I mercati – che non vogliono una situazione ancora più instabile – hanno preso fiato restituendo un paio di punti alla Borsa e riportando lo spread sotto i livelli di giovedì. Ma è una tregua fondata sugli equivoci. Salvini fa sapere che in Consiglio dei ministri Conte leggeva e Di Maio verbalizzava, quindi sapeva del supercondono. Di Maio dice che ha letto tutto tranne l’articolo 9, incriminato, che non c’era.

Anzi, avrebbe dovuto esserci in preconsiglio, ma Giorgetti – capo della macchina di palazzo Chigi – non l’ha convocato. Il vice ministro leghista dell’Economia, Garavaglia, ha detto che fin da venerdì scorso la bozza con il condono era sul suo tavolo e su quella della sua collega grillina Castelli. Come mai sono passati sei giorni prima che Di Maio si infuriasse a «Porta a porta»? Insomma un gran pasticcio. Salvini ieri sera ha visto che i Cinque Stelle hanno presentato 81 emendamenti al decreto sicurezza al quale tiene più di ogni altra cosa. «Non è normale», ha detto. Quale sarà la rappresaglia sul reddito di cittadinanza? E il condono sarà riportato a termini più accettabili anche per le persone che hanno pagato tasse e multe e che si vedono minacciate di accertamenti per un triennio supplementare se non aderissero al condono?

Se ci sarà un ritocco alla manovra, ciascuno faccia la sua parte. Noi riteniamo che servisse una scossa al sistema dopo vent’anni di crescita mancata. Ma se la scossa facesse crollare la casa (rating devastante, interessi alle stelle, sistema bancario distrutto) meglio fermarsi in tempo. Ammesso che ce ne sia ancora.

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