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«A dispetto di chi immagina il banchiere centrale europeo come un grigio burocrate lontano dai problemi della gente, Draghi ha spiegato con chiarezza come lo spread sia l’indice della fiducia verso un Paese»

La prospettiva poco rassicurante di dover perdere lo scudo di Draghi

«Whatever it takes». Era il 26 luglio 2012 e in piena tempesta monetaria, con l’Italia ancora malata grave di spread, il presidente italiano della Bce Mario Draghi utilizzò la formula magica per spiegare all’Europa e al mondo che avrebbe fatto tutto quel che sarebbe servito per difendere l’euro da una crisi senza precedenti.

Ha fatto ben più: dietro lo scudo dell’euro ha protetto i Paesi più vulnerabili dell’Unione, tra i quali l’Italia. Con un programma di acquisto di titoli di Stato da almeno 5mila miliardi in cinque anni, la Banca Centrale Europea ha consentito all’Italia, alla Spagna, alla Grecia, al Portogallo di tenere i tassi del debito pubblico a livelli accettabili. E ha garantito alle banche di tutta Europa e quindi anche a Germania, Francia e Olanda, di fare affidamento su quei titoli.
Ieri Mario Draghi è tornato a parlare del Quantitative easing, proprio quella politica che ha salvato anche l’Italia. E, colmo dell’ironia, lo ha fatto dovendosi difendere contemporaneamente dagli italiani e dai tedeschi. Potrebbe sembrare una barzelletta, se non fosse una cosa molto seria. A dispetto di chi immagina il banchiere centrale europeo come un grigio burocrate lontano dai problemi della gente, Draghi ha spiegato con chiarezza come lo spread sia l’indice della fiducia verso un Paese, cioé l’Italia e come l’incertezza si traduca in un costo concreto nella vita quotidiana di famiglie e imprese attraverso l’aumento dei tassi di interesse. Qualcosa che «è successo solo in Italia e non altrove nell’eurozona». Le piccole e medie imprese, ha snocciolato il presidente della Bce rispondendo a una domanda dell’europarlamentare di Fi Fulvio Martusciello, si trovano ora a pagare 20 punti base in più alle banche per i prestiti, mentre alle grandi imprese le obbligazioni costano 64 punti base in più, senza contare «garanzie e clausole contrattuali diverse da quelle degli altri Paesi, che pagano ai tassi di prima o anche più bassi». Alle famiglie non va meglio: anche loro hanno già subìto un aumento di 20 punti sui tassi per il credito al consumo, mentre sui mutui «il processo è più lento».
Curiosamente, per questa posizione, Draghi si è dovuto difendere dal vicepremier leghista Matteo Salvini che gli ha imputato di non tenere conto degli interessi italiani. Ma anche dall’accusa diametralmente opposta di un europarlamentare tedesco di aver dato un aiutino all’Italia tenendo i tassi calmierati con la politica monetaria. «Non è vero, punto e basta», ha ribattuto secco Draghi, perché «la Bce non ha fornito prestiti» ma «ha comprato i titoli sovrani in ogni Paese a seconda della chiave di sottoscrizione dei capitali della Bce, facciamo una politica monetaria in tutti Paesi, non in uno o in un altro».
A prescindere dagli attacchi di clava o di fioretto, romani o teutonici, di certo alle strategie della Bce l’Italia dovrebbe essere grata. Tassi di interesse così bassi hanno permesso che il debito pubblico non mangiasse completamente i risparmi degli italiani. E famiglie e imprese hanno potuto ottenere credito con rate contenute anche sul lungo periodo. Se il sistema-Paese non ha saputo approfittare di questa straordinaria congiuntura finanziaria per innescare una ripresa vigorosa non può essere colpa di Mario Draghi. Dal prossimo mese la politica monetaria espansiva, come annunciato, comincia a raffreddarsi. Lentamente, al ritmo di 15 miliardi di euro al mese, diminuiranno gli acquisti di debito pubblico da parte della Bce. E non è la notizia peggiore. Quella arriverà tra un anno: Draghi dovrà lasciare l’incarico e al suo posto Berlino proverà a imporre un candidato più «vicino». Ma non necessariamente un tedesco. La Germania punta anche alla poltrona di presidente della Commissione europea. Il tutto mentre in Italia continuiamo a litigare.

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