Martedì 26 Marzo 2019 | 11:50

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«Non si sa quanto potrà durare l’atipica alleanza tra Salvini e Luigi Di Maio. Si sa solo che, fatto salvo il rispettoso rapporto che intercorre tra i due generali, crescono i mal di pancia nei rispettivi accampamenti»

Angela Merkel

Angela Merkel

Che i sondaggi siano particolarmente lusinghieri per Matteo Salvini, non ci piove. Che il capitano leghista sia sempre in campagna elettorale, è sotto gli occhi di tutti. Che il leader dei sovranisti italiani possa decidere di capitalizzare sondaggi positivi e attivismo giornaliero creando le condizioni per il voto anticipato, lo capiremo in queste settimane.
Non si sa quanto potrà durare l’atipica alleanza tra Salvini e Luigi Di Maio. Si sa solo che, fatto salvo il rispettoso rapporto che intercorre tra i due generali, crescono i mal di pancia nei rispettivi accampamenti. L’ossessione salviniana sul capitolo immigrazione sconcerta gli spiriti più solidaristici del M5S. L’insistenza dimaiana sul reddito di cittadinanza allarma soprattutto i settori più nordisti della Lega. Del resto, c’era da aspettarselo, nei due fronti, il profilarsi di un calo del desiderio dopo la luna di miele successiva al giuramento del governo Conte. Finora, il mastice dell’antieuropeismo è riuscito a evitare plateali scollamenti, ma specie su alcuni temi caldi (pensioni e nazionalizzazioni), i due soci del governo non parlano la stessa lingua. Non a caso, leghisti e grillini si erano presentati su linee opposte alle votazioni politiche del 4 marzo scorso.
La tentazione di Salvini di ridare subito la parola agli elettori dev’essere più forte della voglia di Cristiano Ronaldo di segnare la prima rete con la maglia bianconera. Ma Salvini è il primo a sapere che ogni tentativo di prepensionare gli attuali parlamentari dovrà superare scogli alti dieci metri: la prevedibile resistenza del Quirinale, cui la Costituzione assegna l’esclusivo potere di scioglimento delle Camere.

E poi l’istinto di conservazione di deputati e senatori tra i quali il voto anticipato produce gli stessi timori che provoca la festa di Natale tra i tacchini; l’opposizione degli alleati grillini, cui non fa comodo assecondare il gioco del ministro dell’Interno; la paura, per la Lega, di non fare tombola nell’urna, visto che solitamente l’elettorato non premia chi si batte per interrompere le legislature.
Alcuni osservatori indicano nella legge di stabilità il probabile pretesto, a disposizione di Salvini, per rompere la maggioranza e spianare la strada alle elezioni. In effetti, le premesse per lo strappo ci sarebbero tutte: oltre ai contrasti interni, nella coalizione M5S-Lega, sulle misure economiche da varare, bisognerà mettere in conto la reazione dei mercati che non si annuncia benevola, e le pagelle da parte dell’Europa che si prevedono ancora più severe. E siccome l’Europa e gli europeisti sono i bersagli su cui Salvini ha costruito l’exploit della Lega, la prospettiva di rompere su questa materia dovrebbe risultare piuttosto allettante per il Matteo più potente della Penisola.
Rompere, dunque. Ma rompere prima o dopo il voto europeo della prossima primavera? E soprattutto: rompere per tornare alle urne o per cambiare schema di gioco e alleati? Salvini, così sembra, preferirebbe rompere prima del voto europeo per anticipare il voto italiano. Ma, a tal proposito, le controindicazioni e gli ostacoli non mancano, come testé abbiamo riferito.
Salvini potrebbe optare per il piano B: divorziare dal M5S, riaprire a Forza Italia e cercare di salire a Palazzo Chigi sperando in un eventuale soccorso da parte di un gruppo di parlamentari grillini contrari a consultazioni immediate. Manovra alquanto complicata, si capisce. Ma in politica, si sa, tutto può succedere.
Intanto Salvini si prepara. Come? L’idea di dar vita, a livello europeo, alla Lega delle Leghe, che poi sarebbe l’Internazionale della Destra Sovranista, nasce proprio in vista di un duplice obiettivo: modificare gli equilibri politici a Strasburgo e a Roma, o prima a Roma e poi a Strasburgo (sede dell’europarlamento).
Dipendesse da Viktor Orbàn, il primo ministro ungherese sponsor di Salvini, l’operazione sovranistica si potrebbe, o si dovrebbe, realizzare all’interno del Partito Popolare Europeo, di cui il medesimo Orbàn è esponente. Ma l’anima prevalente del Ppe si richiama alla moderata Angela Merkel, anche se la Cancelliera non è solida come un tempo. Inevitabile a questo punto, per Orbàn, uscire dal Ppe e dar vita, con Salvini, a un nuovo partito, al partito della destra europea. Scopo: ribaltare gli equilibri in Europa, cercando di mettere nell’angolo socialisti e popolari e, soprattutto, rimettendo in discussione l’Unione europea e l’unione monetaria.
Prepariamoci alle elezioni europee (2019) più importanti per l’intero Continente: in ballo la sorte dell’Unione e forse dell’euro. Lo schieramento sovranista è già in campo, mentre la formazione europeista è alla ricerca di un’idea forte e di un leader credibile. Eppure sarebbe sufficiente dare una ripassata ai libri di storia per portare argomenti e munizioni alla causa comunitaria. L’Europa non ha fatto miracoli nel suo percorso unitario. Ma ha realizzato la premessa di ogni sviluppo: la pace. L’Ante-Europa era la guerra, quella che - direbbe oggi il francese Francois Mitterrand (1916-1996) - potrebbe ripresentarsi sotto l’insegna dell’Anti-Europa. La storia insegna che il nazionalismo e il protezionismo hanno creato i presupposti dei conflitti militari, ma siccome la buona memoria tende a esaurirsi con il trascorrere del tempo, le ragioni fondamentali del comunitarismo e della cooperazione - ossia la ricerca di una coesistenza pacifica - non appaiono più così convincenti e diffuse come nel recente passato.
La crisi economica, specie in Italia, non aiuta l’Europa, su cui si scagliano i fulmini degli anti-europeisti. Ma i guai italiani non dipendono dall’Europa, semmai da noi stessi. Non si spiegherebbe altrimenti perché quasi tutti gli altri Stati continentali hanno recuperato le posizioni perse nel 2007, l’anno dei crolli finanziari nel mondo, mentre l’Italia arranca nelle retrovie. In attesa di una borraccia, piena di riforme, che non arriva mai. Anzi, alcune riforme in programma, se realizzate, andrebbero in senso contrario rispetto alla ripresa della crescita economica.
Ma in Italia tutto è slogan, tweet, like, battute, social rancorosi. Guai a discutere, con cognizione di causa, su dati e analisi. Eppure si gioca quasi esclusivamente da noi la partita sull’Europa, il cui destino è legato al voto e alle scelte dello Stivale.

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