Martedì 26 Marzo 2019 | 03:43

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Caso Genova e giochi pericolosi sull'altare di Europa ed euro

«Purtroppo al caso Genova non è estranea l’arte del non governo che, da decenni, impedisce all’Italia di avanzare nel mondo»

Genova, via la concessione a AutostradeTre ministri:stop e  multa da 150 milioni

Piove sul bagnato, è il caso di dire. Da qualche anno il proverbiale Stellone pare aver abbandonato lo Stivale. Calamità naturali, flop infrastrutturali, e disastri umani sono le uniche realtà che procedono ad alta velocità. Il Paese va in retromarcia. Se, dopo un lungo periodo di «lacrime e sangue» , la Grecia può dire addio al commissariamento da parte della troika (Bce, Fmi e Commissione europea), l’Italia potrebbe ritrovarsi, in un futuro non proprio lontano, in una situazione simil-ateniese con conseguenze assai più dirompenti di quelle patite dagli attuali eredi di Pericle (495-429 avanti Cristo) e Aristotele (384-322 avanti Cristo). Molto dipenderà da come evolverà l’autunno ormai imminente. Dipenderà dalla risposta del governo alle attese dei mercati; dalla stesura della legge di bilancio di fine anno; dai costi di alcune riforme sul tavolo; dal rapporto dell’Italia con l’Europa; dalla fine tendenziale del pompaggio monetario assicurato, in questi anni, dalla Bce di Mario Draghi; dalla stabilità (o meno) della maggioranza M5S-Lega.
Di sicuro la tragedia di Genova ha inferto un altro colpo micidiale all’immagine e alla sostanza del Belpaese. Per il costo umano. Per i danni incalcolabili, anche sul piano finanziario, provocati dal crollo del ponte Morandi. Per la rissa politica che si è scatenata dopo. Per la pubblicità negativa ai danni dell’intera nazione. Per il rischio di decisioni affrettate che prescindano da valutazioni razionali e da criteri normativi. Per l’effetto strumentalizzazione presente in quasi tutti gli eventi dolorosi.
Purtroppo al caso Genova non è estranea l’arte del non governo che, da decenni, impedisce all’Italia di avanzare nel mondo. Oggi, giustamente, si pone l’accento sulle responsabilità, nella deficitaria manutenzione infrastrutturale, dei gestori privati della rete autostradale.

Ma lo Stato padrone (e partitocratico) non aveva offerto prove di buona amministrazione quando ogni metro di autostrada era gestito da funzionari pubblici.
Prosciugata la cassa e a corto di quattrini, lo Stato centrale ha dovuto affidarsi ai monopolisti privati, chiudendo un occhio sui vincoli di sicurezza che quest’ultimi avrebbero dovuto garantire. Un film già visto: in Italia i veri patti sciuèsciuè, oltre che tra forze politiche disomogenee, si sono stipulati tra oligopolisti pubblici e oligopolisti privati, con assalti alla diligenza che avrebbero oscurato, nei secoli scorsi, gli agguati dei pirati di mestiere. I veri patti illiberali, in Italia, si sono realizzati tra i campioni della rendita, tra i complici del capitalismo tariffario, ossia tra gli artefici e beneficiari di un sistema che antepone la tariffa al prezzo, la pratica di un’economia amministrata all’obiettivo di un’economia concorrenziale. Le concessioni sono figlie di questa filosofia distorta, che in nome del mercato (sic) mortifica il mercato, e che qualche danno serio ha provocato pure nelle politiche speciali per il Mezzogiorno. Le concessioni di solito si affidano agli amici, ai sodali, agli sponsor, senza particolari attenzioni per le esigenze dei consumatori o degli utenti finali.
Ciò detto, uno Stato di diritto non può ignorare la sacralità della legge e la corretta applicazione delle relative procedure. Se così non fosse, ci ritroveremmo in pieno Far-West, di fronte all’incredulità e allo sconcerto del resto del globo. Chi verrebbe più a investire un euro in Italia? Forse persino l’esercito dei vacanzieri si assottiglierebbe come la lama di un coltello, per timore di sorprese dell’ultim’ora.
Eppure, nonostante questi rischi sempre incombenti, sembra che il caso Genova possa e debba servire per affrontare, e chiudere, anche altre partite, ancora più delicate. La partita principale vede in campo l’Italia e l’Unione Europea.
Non è un mistero che al governo in carica questa Europa non piaccia. L’Europa non piace perché è comunitaria, non sovranistica; non piace perché prevede la disciplina di bilancio, mentre a Roma si ipotizza di eliminare l’equilibrio di bilancio dalla Carta Costituzionale; non piace perché contempla l’interferenza di ogni Stato dell’Unione nei conti degli altri partner; non piace perché si oppone alla monetizzazione del debito; non piace perché impedisce le antiche comode, ma alla fine controproducenti, svalutazioni monetarie. Insomma, l’Europa non piace, all’area Di Maio-Salvini per diversi motivi, tutti però sintetizzabili nella diffidenza, nello scetticismo, nella contrarietà nei riguardi dell’euro.
Ogni occasione è buona, per alcuni esponenti della coalizione penta-leghista, per mettere l’Europa (accusata di non voler concedere più flessibilità negli investimenti pubblici) sul banco degli imputati. Anche la tragedia di Genova non ha fatto eccezione. E nei giorni precedenti la strage del ponte, erano rispuntate le perplessità (eufemismo) di alcuni economisti leghisti verso la moneta comune. E siccome, nei confronti di questi studiosi non si registra una sconfessione vera e propria, verrebbe da chiosare, sulla scia di Giulio Andreotti (1919-2013), che a pensar male si fa peccato, ma s’indovina. Cioè, che l’eventuale salita dello spread ad altezze siderali potrebbe indurre i due partiti al governo a spingere per la fuoriuscita dall’euro. La spiegazione verrebbe servita su un vassoio proprio dallo spread e non si discosterebbe da questo ragionamento: «L’Europa ci è ostile, non vuole consentirci di governare. Anzi, i Poteri Forti ad essa collegati hanno avviato un altro attacco speculativo contro l’Italia. Non possiamo restare inerti. Non ci rimane che uscire dal circolo della moneta unica».
Auguriamoci che questo scenario non si verifichi, perché l’addio all’euro abbatterebbe la ricchezza pubblica e privata degli italiani, falcidierebbe i loro risparmi e atterrirebbe gli investitori stranieri. Ma anche se si dovesse vivere questa escalation sudamericana, la colpa verrebbe vieppiù addossata all’Europa e all’euro.
A detta dei sondaggi, la maggioranza degli italiani non vorrebbe tornare alla lira. Nessuno è così fesso da giocare rovinosamente con i propri denari. Ma a volte l’indicazione di un nemico, fosse pure un falso nemico, genera più consenso della distribuzione dal cielo di una cascata di diamanti.

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