Lunedì 22 Ottobre 2018 | 08:05

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Quando la comunicazione diventa l’arma politica più affidabile

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La comunicazione è una gran bella cosa ed è ormai l’arma politica più affidabile. Le ultime elezioni in Italia lo hanno ampiamente dimostrato. Anche il dopo voto è fortemente segnato da efficaci campagne mediatiche. Basti pensare come Salvini e il suo staff siano riusciti per oltre un mese a monopolizzare il discorso pubblico parlando solo della questione migranti. Con l’obiettivo (raggiunto) di modificare le politiche di accoglienza e di fugare ogni sospetto di razzismo. Se fino a ieri lamentarsi dell’eccessiva presenza di extracomunitari non era politicamente corretto, oggi gli italiani in buona parte sono legati da questa fiera, pubblica, considerazione. Sebbene nella sostanza, cioè nella vita di ciascuno, non sia cambiato granché. 

Per surfare sulle onde della comunicazione occorre però molta fantasia, perché ogni giorno bisogna conquistare un posto nella prima fila dei media. Si spiegano così alcune esternazioni, che in altri tempi sarebbero state recluse fra le stravaganze. Per esempio, Di Maio che crede di poter risolvere il problema (drammatico) dell’Ilva a Ferragosto. Vista la situazione del siderurgico forse sarebbe stato più saggio puntare sulla notte di San Lorenzo, quando i miracoli sembrano più a portata di mano. Per la verità nelle prime settimane da ministro il leader dei 5Stelle è apparso in debito d’ossigeno rispetto allo scatenato socio-collega-rivale di governo Matteo Salvini. Però ha cercato di tenere il passo con fantasiosi dribbling linguistici sulla Tav degni del miglior Cr7.

Ora però il castello di sabbia costruito dai partiti con la comunicazione deve fare i conti con la realtà, non quella virtuale e amica della Rete, ma quella fattuale e concreta delle grandi aspettative create e delle casse vuote dello Stato, minato dallo stratosferico debito pubblico.

Da sempre i numeri si prestano poco alla comunicazione, tanto che i suoi più abili profeti li evitano al pari degli infidi congiuntivi. Ma delle tante promesse fatte in campagna elettorale, qualcuna bisogna pur mantenerla o almeno farlo credere. Flat tax, reddito di cittadinanza, pensioni e tutto il resto costano cifre enormi. Pur non volendo prendere per buoni i calcoli di quello iettatore di Boeri, sono decine e decine di miliardi. Le ipotesi allo studio sono impopolari: aumento dell’Iva, rinvio dell’abolizione della legge Fornero, cancellazione di una serie di agevolazioni fiscali. Pure i meno traumatici «tagli lineari» (quelli escogitati da Tremonti, per intenderci) cioè di una bella limata a tutti gli sgravi e i vantaggi fiscali sono indigesti e sottraggono consensi. E nessuno crede – neppure i profeti della comunicazione governativa – che i fondi necessari si potranno davvero reperire per intero dal taglio delle pensioni d’oro, dalla sempreverde lotta all’evasione fiscale e dalla benevolenza della Ue.

Di fronte all’ostinata rigidità dei numeri si aprono un paio di ipotesi. La prima e meno probabile è che la maggioranza gialloverde si renda conto che la campagna elettorale è finita e si metta a governare seriamente, ben sapendo che questo fa crollare gli indici di gradimento. In tal caso sarebbero i numeri ad averla vinta.

Seconda ipotesi è che si continui a puntare sulla comunicazione, facendo scorrere fiumi di parole attorno a questioni come i migranti, il caporalato, i vaccini, l’uscita dall’euro, genitore 1 e genitore 2 e chi più ne ha più ne metta, ma che nella realtà non si faccia nulla, mettendo così la nostra economia già in affanno in una pericolosa situazione di stallo. In questo scenario molti osservatori collocano una possibile esplosione delle contraddizioni che agitano l’attuale maggioranza e la previsione che si torni alle urne se non in autunno almeno in primavera.

Ma è un’ipotesi che non tiene nella dovuta considerazione il fattore Vinavil, cioè la forza di attaccamento dei parlamentari e di tutto il loro apparato alle poltrone (e agli stipendi). Per cui Lega e 5Stelle continueranno a litigare di notte per far pace di giorno, ma non faranno alcun passo indietro.

Aspettiamo comunque l’autunno, tempo in cui cadono le foglie e gli alberi restano nudi: vediamo se i temi rinsecchiti della comunicazione saranno rimpiazzati da più fresche e allettanti ciarle mediatiche o da scelte concrete.

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