Martedì 19 Marzo 2019 | 15:37

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Le regole dell'equilibrio come le regole del buon senso

«Come dimostrare all’opinione pubblica che il governo del cambiamento sa produrre anche una manovra del cambiamento»

Il premier Giuseppe Conte

Giuseppe Conte premier incaricato

Il principio dell’italian first applicato all’economia? Sembra essere questa la bussola alla quale il governo intende ispirarsi per il varo della prossima manovra, pur nella diversificazione di intonazioni, indicazioni di priorità e scelte programmatiche. Venerdì il vertice di maggioranza con il premier Giuseppe Conte e i ministri Giovanni Tria, Luigi Di Maio, Enzo Moavero Milanesi e Paolo Savona. Sabato le lunghe e articolate esternazioni dalla spiaggia di Milano Marittima di Matteo Salvini, artefice di una strategia comunicativa talmente effervescente da garantirgli un’escalation di consensi senza precedenti nella storia repubblicana.

Lo schema a “geometria diarchica” prevede che i leader di Cinque Stelle e Lega presidino con continuità tutti i territori del discorso pubblico, sfruttando la logica dell’omnicanalità (tv, giornali, radio, web e social network), mentre a Conte, forte di una buona reputazione internazionale (specie dopo l’incontro con Trump), spetta il compito di fare sintesi. In alcuni casi si tratta di individuare la linea mediana fra tesi ed antitesi, pur con la difficoltà di stabilire chi fra Di Maio e Salvini interpreta la prima e chi la seconda, atteso che entrambi sono legittimati, in quanto vice premier, a spaziare in tutti gli ambiti tematici. In altri casi, invece, si tratta di prendere atto della distanza esistente fra le diverse posizioni in campo e muoversi con molta prudenza. Un esempio per tutti: gli investimenti in infrastrutture e grandi opere e le vicende Tav e Tap.

MANOVRA - La questione più significativa è come dimostrare all’opinione pubblica (con fatti e non solo a parole) che il governo del cambiamento sa produrre anche una manovra del cambiamento. Dobbiamo attendere alcune settimane per conoscere di che pasta sarà fatta la prossima legge di bilancio, alla quale molti osservatori attribuiscono la dignità di barometro per misurare l’evoluzione dell’alleanza fra il sistema di potere pentastellato e quello del Carroccio e alla quale i mercati guardano con estrema attenzione e, in alcuni casi, anche con qualche preoccupazione. Qualcosa già si intuisce, tuttavia, dalle dichiarazioni rese ai media da tutti i soggetti interessati al tema. Il ministro Tria ha parlato di “accordo” sulle linee generali da seguire: rendere compatibile l’esigenza di far scendere il debito pubblico e non far salire il deficit strutturale con quella di permettere, sia pur gradualmente, la realizzazione delle promesse elettorali che hanno consentito a M5S e Lega di ottenere il consenso della stragrande maggioranza degli italiani. In primis flat tax e reddito di cittadinanza. Importante è non perdere di vista il quadro di finanza pubblica con il quale l’esecutivo deve misurarsi. Il deficit tendenziale supera già l’1% del Pil per il 2019 e rischia di peggiorare sotto il peso dell’aumento delle spese per interessi e del rallentamento del prodotto interno lordo. Cosa comporta questa situazione? Che gli spazi di manovra in deficit si riducono ulteriormente e che cambia la modalità di partenza della nostra economia per il 2019. Pesa, oltretutto, l’incognita spread. Ad aprile i calcoli sono stati fatti sulla base di un differenziale fermo a 120-130 punti, mentre l’ultima chiusura ha segnato un valore di 268 punti. Lo spread potrebbe pesare per circa 4 miliardi.
Cosa fare? Circolano molte ipotesi. L’avvio della tassa piatta potrebbe riguardare partite Iva (con un’aliquota al 15% per coloro che non superano i cento mila euro di reddito annui e con un costo provvisorio stimato in circa 2 miliardi di euro) e Pmi. Secondo questo schema, si metterebbe mano in un secondo momento a imprese e famiglie, con un auspicato anticipo degli effetti del provvedimento in favore di quelle più numerose, come vorrebbe il leader della Lega. Per quanto concerne il reddito di cittadinanza, i costi dipendono, come messo in evidenza dal Sole 24 Ore, dagli elementi di differenziazione rispetto alle attuali misure di welfare. Per sostenere le persone in povertà assoluta serve una cifra (sei miliardi) che è il doppio dell’attuale reddito di inclusione. Il finanziamento della riorganizzazione dei centri per l’impiego potrebbe avvenire con i fondi europei, ma non è detto che si riesca ad attenere questo risultato.
Veniamo ora alla posizione di Salvini, così come ricostruibile dalle diverse interviste rilasciate nelle ultime ore. Il “capitano”, come lo chiamano i suoi, ha messo in conto che il fattore tempo rappresenti un importante criterio si scelta e persino una via d’uscita di fronte alle troppe incognite ancora presenti in materia di politica economica. Il “tutto e subito” sarebbe una scelta azzardata anche per un uomo pragmatico come Salvini, anche se la discontinuità rispetto al passato è elemento narrativo su cui il leader della Lega ci mette ogni giorno la faccia. La sua idea è che sì bisogna rispettare i parametri di Bruxelles, ma a patto che questo non comporti un’ulteriore penalizzazione delle condizioni di vita dei cittadini italiani. Non è un caso che egli si sia affrettato a consegnare messaggi chiari e semplici in direzione della necessità di ridurre la pressione fiscale, agevolare la rottamazione delle cartelle esattoriali (che la doxa del bagnasciuga romagnolo segnala come priorità assoluta) e diminuire le accise sulla benzina. Dire, come fa Salvini, che il vincolo del 3% non è la Bibbia è affermazione che può essere interpretata anche come la volontà di collocare il sovranismo, ideologia d’appoggio del più teorico populismo, dentro il perimetro della risposta urgente ai reali bisogni del ceto medio.


RISCHI - Salvini è cosciente dei rischi distorsivi di alcune sue affermazioni, ma non rinuncia a sottoporle al centro dell’attenzione collettiva poiché è quanto gli italiani, a suo giudizio, vogliono sentirsi dire e ripetere. Il vice premier leghista riconosce che gli speculatori internazionali sono pronti a colpire l’Italia, magari approfittando di qualche valutazione non proprio tenera da parte delle agenzie di rating. La realpolitik, anche per il dovere di considerare gli effetti della fine del quantitative easing, sta prendendo, dunque, il sopravvento e per il momento la manovra del governo del cambiamento deve accontentarsi di essere manovra del “semi cambiamento”. Intervenire con velocità variabili, step by step, è un modo per far capire ai mercati la direttrice di marcia, senza forzature e senza promesse irrealizzabili. In fondo, sul decreto dignità la maggioranza ha capito gli errori contenuti nella prima versione (un po’ troppo frettolosa) e vi ha posto rimedio. Il cambiamento può anche essere fondato sulla politica dei piccoli passi, insomma, anziché su quella delle azioni roboanti e degli annunci a soli fini mediatici. In questo quadro, aver messo in coda alle priorità le modifiche della riforma Fornero non significa certo aver rinunciato ad uno dei cavalli di battaglia della maggioranza gialloverde, ma solo aver fatto un bagno di realismo. Il Sottosegretario alla Presidenza Giorgetti, uomo di grande esperienza, ha usato un’espressione condivisibile quando ha detto che le regole dell’equilibrio di bilancio coincidono con quelle del buon senso. Ecco, se prevarrà il buon senso, il cambiamento non sarà solo un slogan, ma una prospettiva per il Paese.

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