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Il direttore d’orchestra, un caso enigmatico

Il direttore d’orchestra, un caso enigmatico

Entra in scena per ultimo, preceduto dall’orchestra. È osannato, riverito, corteggiato, persino temuto, e costituisce la personificazione del «potere» in musica. Ma non suona nemmeno una nota

20 Settembre 2022

Emanuele Arciuli

Fra i musicisti, quello del direttore d’orchestra è certamente il più caso più enigmatico.

Entra in scena per ultimo, preceduto dall’orchestra. È osannato, riverito, corteggiato, persino temuto, e costituisce la personificazione del «potere» in musica. Ma non suona nemmeno una nota.

Sta lì, in mezzo a colleghi che eseguono una partitura, e nelle opere di teatro musicale deve dirigere pure i cantanti sul palcoscenico. Si sbraccia, si agita, guarda ora a destra ora a sinistra, spesso utilizza una bacchetta, ma non produce un suono che sia uno. Però riceve le ovazioni, talora con sguardo condiscendente, altre volte con sussiego. Ma proprio chi gli riserva tali onori, nella maggioranza dei casi ignora bellamente cosa ci stia a fare, quel signore in frac, sul podio, supremo atto di fede di un pubblico che, mentre lo applaude, si chiede che ci faccia lì.

Talvolta i commenti degli spettatori sono divertenti, e si possono ascoltare frasi di questo tipo: «Bravissimo il direttore, quanto si muove! Si vede che è tanto preso dalla musica», oppure «Certo che il direttore deve saper suonare tutti gli strumenti dell’orchestra!»; ma anche giudizi, qualche volta un po’ fantasiosi – diciamo – sulla qualità dell’interpretazione. Il pubblico ha il sacrosanto diritto di farsi un’opinione e di esprimerla, per carità. Anche se qualche volta sarebbe più sano ascoltare il concerto, cercare di capire e di aprirsi alla musica, anziché sentirsi in obbligo di dare voti, per giunta nella ingenua e del tutto errata convinzione che quanto più severo sei, più gli altri pensano che tu capisca.

Il carisma di certi direttori è percepibile da chiunque. Ma per coglierne davvero la statura è forse necessario conoscere la musica, o quantomeno sapere a cosa serve la sua figura.

Il direttore deve dare unità interpretativa a un brano di musica. Non si limita, cioè, a battere il tempo (con certe orchestre, e in certi momenti, è persino un compito pleonastico), anche se indicare un tactus, assecondare l’agogica (cioè la dinamica della musica, con i suoi accelerando e ritardando) e dare gli attacchi ai vari strumentisti rientra fra i suoi compiti ineludibili. È però il pensiero, l’idea, la logica, la ratio, ciò che il direttore cerca di comunicare all’orchestra, e che ne fa una figura indispensabile alla qualità di un’esecuzione. Un compito fatto di intelligenza, tecnica, sensibilità e carisma – quell’aura che esiste, e sulla quale c’è poco da fare: si possiede e non si può acquisire solo con la forza di volontà; anche se ci sono direttori che, della forza di volontà, hanno fatto un’arma importantissima. Altrettanto decisiva è poi l’abilità nelle prove che precedono il recital. È lì che si coglie, spesso, la differenza fra il mestierante e il fuoriclasse. Ed è lì che si “insegna la musica” all’orchestra, anche parlandole, spiegando a parole, ma soprattutto esprimendosi col gesto. Che è personalissimo e costituisce spesso un marchio di fabbrica del direttore. Gergiev, ad esempio, disegna con una piccola matita (al posto della bacchetta) degli arabeschi incomprensibili. Ma, misteriosamente, l’orchestra li capisce, e con lui funzionano. Altri sono chiarissimi nel gesto che, sostanzialmente, divide le battute in movimenti. Ma in quei movimenti c’è una ricchezza e una quantità di informazioni, di piccoli segnali, che differenziano il battitore del tempo (poco più che un metronomo) dal direttore vero. Quali sono i vostri direttori preferiti, in quali repertori e perché?

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