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La musica del ‘500 e quelle radici nere

La musica del ‘500 e quelle radici nere

La presenza degli schiavi africani nell’Europa rinascimentale e, in modo più specifico, nel Sud

12 Aprile 2022

Ugo Sbisà

«Quando si parla della «diaspora africana», il primo pensiero corre istintivamente a quel fiorente e drammatico commercio di schiavi che interessò la colonizzazione del Nuovo Mondo, le cui implicazioni sociali e culturali sono tutt’oggi sotto gli occhi di tutti. Un aspetto che invece si tende a trascurare riguarda la presenza degli schiavi africani nell’Europa rinascimentale e, in modo ancora più specifico, nell’Italia centro meridionale che, a cavallo tra il Quattro e il Cinquecento, risentì molto dell’influenza spagnola, sotto la cui corona era appunto compreso il regno di Napoli. Una riflessione acuta e approfondita su questa pagina poco nota della storia viene ora proposta in termini musicali - ma non senza riferimenti storici, iconografici, linguistici e antropologici - dal volume Il chiaro e lo scuro (pagg. 478, euro 28) che Gianfranco Salvatore, docente di Etnomusicologia di Unisalento, ha realizzato per i tipi dell’editore salentino Argo, coinvolgendo alcuni studiosi di fama internazionale come gli storici Giuliana Boccadamo, Hubert Houben, Paul Kaplan e Kate Lowe e i linguisti Norbert Cyffer, John M. Lipski e Michele Rak, i cui studi contribuiscono a ridefinire la prospettiva con cui leggere alcune pagine di storia della musica del Cinquecento, fino a riportarne alla luce le radici nere.

Focus della ricerca specifica di Salvatore è la cosiddetta moresca, ovvero quella forma musicale e di danza (di mori, appunto) che si sviluppò in una Napoli multietnica, finendo per travalicare i confini del genere popolare conquistando persino le corti, dove però giunse ingentilita, esattamente come era accaduto con altre danze di origine afrospagnola come la sarabanda o la giga. E qui viene la prima sorpresa, perché se è vero che Napoli fu l’epicentro della moresca e della sua diffusione, la prima raccolta di cui si abbia notizia venne edita nel 1555 a Roma dal francese Antonio Barrè e dedicata a monsignor Francesco de la Mola, ovvero Francesco Carafa di Stigliano, di Mola di Bari. Ma c’è di più: con un accurato studio che si incrocia con altrettanto approfondite ricerche linguistiche, Salvatore svela l’arcano dei testi delle moresche, spesso ritenuti incomprensibili o costruiti con parole che si ipotizzavano frutto d’invenzione. Si tratta in realtà di un «pidgin» afronapoletano in cui molti termini deriverebbero dalla lingua africana Kanuri e che, in quanto tali, sono assolutamente decifrabili. Vivaci, talvolta scollacciate, assolutamente «fisiche» nel loro modo di essere rappresentate, le moresche ci restituiscono l’immagine di schiavi neri che non vengono solo derisi - come sarebbe accaduto nei minstrel show americani dell’800 – ma che esprimono umanità, sentimenti e identità ben delineati. E non è peregrina l’ipotesi che in quella forma di espressione popolare antesignana della commedia musicale, possano essere individuate persino le radici delle tarantelle napoletane o… salentine. Tuttavia, senza addentrarci nella solo apparente complessità di un percorso nel quale la musica va di pari passo con la pittura o con la ricerca archivistica e linguistica, non si può fare a meno di evidenziare come il volume ricostruisca la complessa eredità culturale e umana lasciata dalla presenza africana in Europa. Infine una curiosità storica: la Napoli del ‘500 ebbe nei confronti degli schiavi africani un atteggiamento di grande tolleranza e apertura mentale, arrivando a criticarne il cattivo trattamento e per questo motivo incorse negli strali del religioso e scrittore piemontese Matteo Bandello che, dalla corte dei Gonzaga, le rivolse critiche feroci. A suo avviso, era meglio recepire i consigli dell’aretino Francesco Petrarca che, rivelando di non avere nessuna fiducia nei loro confronti, invitava a picchiare gli schiavi sin da piccoli, per renderli più docili. Anche a quell’epoca, il Sud aveva più da insegnare che da imparare.

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