Lunedì 18 Gennaio 2021 | 07:54

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«Dolcissime radici» per cantare dal Trecento a oggi

Il cd di Giovanna Carone edito da Digressione. Il repertorio spazia dal Medioevo al Barocco, sino al ‘900 di Mogol e Gazzè

«Dolcissime radici» per cantare dal Trecento a oggi

Non accade frequentemente, nel pur ricco panorama vocale pugliese, di imbattersi in una cantante che ha fatto della ricercatezza espressiva, della scelta di repertori rari e preziosi uno dei tratti distintivi di tutta la propria vita professionale. Nel caso però della barese Giovanna Carone si tratta di scelte che, un passo dopo l’altro, ne confermano da un lato il talento canoro, dall’altro lo spessore intellettuale. Cosicché, dopo averla apprezzata in più occasioni nel repertorio yiddish grazie alla pregiata collaborazione con il pianista Mirko Signorile, torniamo adesso a parlarne grazie a Dolcissime radici, il cd prodotto dalla tenace etichetta molfettese Digressione music che la vede alle prese con una ricognizione della lingua italiana e della sua musicalità, grazie a un repertorio che attraversa qualche secolo di storia, estendendosi dal Trecento di Francesco Landini fino ai nostri giorni con Zucchero e Max Gazzè.

Ed è appunto la lingua, con la sua evoluzione e quelle sue sfumature poetiche che tutti le riconoscono, a tracciare il solco di una strada che si dipana musicalmente grazie al violinista polistrumentista Leo Gadaleta, qui impegnato in un indispensabile, raffinato lavoro di arrangiamenti che a tratti sfiora addirittura la ricomposizione dei brani prescelti.

Il punto di partenza è la villanella seicentesca O vezzosetta dalla chioma d’oro del partenopeo Andrea Falconieri, qui accostata a una convincente rilettura al sapore di bossanova della Napoli di Libero Bovio in Passione. Ancora Seicento col cremasco Francesco Cavalli, il cui Lamento di Apollo, in bilico tra barocco e ballata moderna, vede la Carone ricostituire il consolidato duo con Signorile al pianoforte. La fisarmonica di Vice Abbracciante delinea i colori malinconici e popolari di Un paese vuol dire non essere soli, un ricordo di Cesare Pavese firmato da un autore dimenticato come Mario Pogliotti. Il sax soprano di Roberto Ottaviano cesella le venature mediterranee del trecentesco Giovine Vagha di Landini, qui trasformato in una ballata astratta, crepuscolare, prima del cambio di scena col Tenco di Un giorno dopo l’altro, di nuovo in duo con Signorile e quasi più declamata che cantata. Poi ancora Landini con Ecco la primavera, danza gioiosa che si illumina di fragranze afro. Una lunga introduzione al clavicembalo di Guido Motini conduce a Se l’aura spira di Frescobaldi, illuminato di colori jazzistici. Il Mogol di Un anno d’amore è impreziosito da un arrangiamento che crea intriganti legami con i brani dei secoli precedenti, mentre la conclusione del disco approda ai nostri giorni col fremente canto d’amore di Zucchero Fornaciari e del suo Di sole e d’azzurro e la delicata Leggenda di Cristalda e Pizzomunno, di Max Gazzè, vera favola in musica.

Versatile, sempre pronta a mettere nel canto i colori dell’anima, arricchendoli di preziose filigrane vocali, Giovanna Carone usufruisce nel disco, in combinazioni varie, di partner di eccezionale livello: sono Vince Abbracciante alla fisarmonica, Pippo D’Ambrosio alle percussioni, Nando Di Modugno alle chitarre, Leo Gadaleta a violino, corde e tastiere, Guido Morini al clavicembalo, Roberto Ottaviano al sax, Mirko Signorile al pianoforte e Giorgio Vendola al contrabbasso.

Un disco che non va alla ricerca di facili consensi, ma che proprio nel suo essere «di nicchia» trova uno dei suoi principali punti di forza. Da scoltare.

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