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Musica

L’incanto di Krylov maestro dell’archetto dal lirismo profondo

L’incanto di Krylov maestro dell’archetto dal lirismo profondo

Il violinista moscovita applaudito al Petruzzelli

12 Luglio 2020

Ugo Sbisà

Bari - Se ascoltare un grande violinista è già di per sé un’esperienza esaltante, l’occasione di vederlo confrontarsi con un programma che ne metta in risalto la musicalità più che la sola padronanza tecnica è a maggior ragione imperdibile. Inevitabile questa riflessione dopo il concerto tenuto al Petruzzelli da Sergej Krylov e proposto ancora in replica domani e martedì alle 19.30.

Per il suo ritorno barese con l’orchestra dell’ente lirico - con la quale si è esibito nella doppia veste di solista e direttore - il virtuoso moscovita ha scelto un programma «ragionato» che è partito dal celeberrimo Concerto in la maggiore n. 5 Kv 219 di Mozart, opera forse tra le più note di quelle dedicate al violino dal Salisburghese e appunto permeata da un afflato quasi operistico che mette decisamente in secondo piano - pur richiedendola - la grande tecnica. L’interpretazione di Krylov è apparsa decisamente in linea con le intenzioni dell’autore, tutta protesa a esaltare il melos dell’arioso Allegro aperto e del toccante Adagio, prima di illuminare i toni vivaci del Rondò conclusivo, la cui celebre sezione centrale dal sapore orientale ha fatto sì che l’intero Concerto fosse definito «alla turca».

Nelle mani di Krylov, tuttavia, proprio il movimento conclusivo ha assunto un sapore più zigano che non propriamente turchesco, ma in ogni modo sempre ricco di fascino. Ed è stato, quello dei sapori zigani, un «assaggio» prima delle conclusive Danze popolari rumene di Bela Bartok. Nelle mani di Krylov, questa breve suite si è illuminata di un trasporto e di una passionalità che hanno saputo fondere mirabilmente l’animo slavo con le melodie tradizionali del Paese dei Carpazi, proponendo un finale di programma dai toni scintillanti.

Tra le due opere violinistiche, il compito di rappresentare la parentesi orchestrale – peraltro ottimamente affrontata, come tutto il programma, dall’orchestra del teatro – toccava al Concerto per orchestra d’archi di Nino Rota, una pagina breve, benché in quattro movimenti, scritta nel 1964 per l’ensemble dei Musici. In questa composizione Rota volle dare prova del suo intelligente eclettismo, applicando ad esempio nel Preludio dei passaggi contrappuntistici dal sapore bachiano a un linguaggio figlio del Novecento.

E tuttavia è difficile non cogliervi, ad esempio nello Scherzo, alcune atmosfere espressive dal taglio squisitamente felliniano, sensazione quest’ultima che appare ancor più evidente nel Finale – Allegrissimo, che sembra quasi anticipare le frenetiche atmosfere di Prova d’orchestra. Krylov ne ha offerto un’interpretazione sensibile, intelligente, ma soprattutto equilibrata: si tratta infatti di una composizione che, al pari di molte pagine mozartiane, cela dietro l’apparente semplicità non poche insidie interpretative.

Applausi per solista e orchestra, ma anche emozioni inattese e profonde nei due bis per violino solo offerti da Krylov e congegnati con grande maestria. Ha aperto le «danze» il Preludio dalla Partita n. 3 in mi maggiore di Bach, che Krylov ha riletto esaltandone le architetture polifoniche con piglio romantico e facendo ampio impiego di accelerandi e diminuendi che sembravano voler condurre la platea negli abissi dell’anima. E sempre di abissi, ma questa volta dai colori quasi danteschi, si deve parlare per la Sonata n. 2 del belga Eugene Ysaye, che prende le mosse proprio dalla citazione del Preludio bachiano – e infatti, sulle prime, c’è stato chi ha pensato che lo stesse rieseguendo – prima di inabissarsi nelle cupe e deliranti variazioni sul tema del Dies Irae. Una scelta rara, quella di Krylov, impreziosita da una interpretazione degna della migliore scuola violinistica. Un’occasione da non perdere in vista delle ulteriori due repliche ancora in programma.

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