Sabato 19 Gennaio 2019 | 03:14

LETTERE ALLA GAZZETTA

Sisma, le lezioni da trarre per fare buona prevenzione

Il terremoto è un pericolo che non si vede - e va bene - ma le aree sismiche in Italia sono ben conosciute.
Quindi, bisogna e bisognava fare prevenzione. Sono crollati oltre ad edifici privati anche edifici pubblici. Qualcuno ha sbagliato nuovamente.
Ma è una polemica inutile perché lascia il cerino in mano all'ultimo che si è trovato la patata bollente.
Più in generale la polemica è sterile perché in Italia ci si lamenta di tutto. Il cittadino medio vuole aumentare i fondi per mettere in sicurezza le aree sismiche, tagliare la spesa pubblica, mantenere invariati i servizi, alzare le pensioni minime. Non è la polemica il problema ma la mancanza di una visione sistemica: un piano di prevenzione.
Si sapeva, infatti, che quelle zone erano a rischio sismico e che le case non avrebbero retto. Infatti lì dove si è intervenuti il sisma ha fatto pochi danni.
Dove ci sono case costruite in zone ad alto rischio sismico, così come in aree ad alta pericolosità idraulica, occorre, responsabilmente, fare sgomberare ovvero fare, per tempo, interventi di mitigazione del rischio.
Mentre un Comune può decidere, in nome del decoro urbano, il colore delle facciate e delle persiane e se e dove si può appendere il bucato, o anche di mettere le valvole per misurare il calore erogato, non può imporre a un cittadino, a un condominio, di mettere a norma antisismica la sua abitazione, tantomeno controllare se lo ha fatto.
Peraltro, la legge che destina gli incentivi a chi abita nelle zone antisismiche esclude la detrazione del 65 per cento del costo di adeguamento antisismico per le seconde case. Ma nei piccoli centri, come si sa, spesso le seconde case sono la grande maggioranza (il 70 per cento secondo alcune stime), in quanto sono divenute tali nel passaggio generazionale. Il ridotto numero di richieste per gli incentivi può essere in parte dovuto a questa esclusione.
Forse, dopo il terremoto dell'Aquila sarebbe stato opportuno pensarci. Si sa che la catena appenninica è ad alto rischio sismico. Addossare la colpa al governo centrale attuale o ai sindaci in carica, sarebbe sciocco, ma mi pare opportuno che i governanti di oggi debbano cominciare a pensarci, a stabilire norme, ad impostare almeno un embrione di sistema di controlli. Se no fra dieci anni rischiamo di essere allo stesso doloroso e luttuoso punto.
Il tema della gestione delle aree sismiche è delicato. I privati proprietari degli immobili crollati erano e sono tutti consapevoli del rischio sismico e sono pertanto responsabili dei mancati adeguamenti antisismici a tutela della propria incolumità e di quella dei vicini. Non meno irresponsabili sono coloro cui spetta il controllo sull’agibilità degli immobili sia privati che pubblici.
Peraltro, sempre di drammatica attualità, dato che riguarda come e da chi sono fatti i lavori, è la riforma degli appalti, cruciale per evitare costruzioni ex novo, o ristrutturazioni, fatte male per negligenza o delinquenza, come sembra sia avvenuto anche in edifici pubblici dei paesi coinvolti.
Nel terremoto dell'Emilia, per salvare tutto il tessuto economico crollato insieme a centinaia di capannoni sarebbe bastato qualche bullone, e per evitare che una casa si accartocci in dieci secondi nella maggior parte dei casi può bastare una trave di ferro che regga il solaio.
In questa occasione pare che gli interventi di adeguamento siano stati insufficienti ed in ogni caso carenti i controlli per verificare l’agibilità di un immobile.
Quanti morti in meno se fossero fatti, ed a norma, adeguamenti antisismici e di mitigazione del rischio idraulico, prima che fosse restituita l'abitabilità?

Francesco Sannicandro, già dirigente Regione Puglia e consulente Autorità di Bacino della Puglia

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