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In Puglia e Basilicata

Meridiane

In Giappone il mondo si chiude in una mano

In Giappone il mondo si chiude in una mano

Ho visto foto, letto dei racconti, dunque mi aspetto qualcosa. E infatti riconosco frammenti di sguardo già visionato

05 Maggio 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Arrivo a Kyoto da Tokyo in shinkansen, il treno veloce che fugge a bucare il paesaggio.
La stazione è gonfia di luci; un enorme volta se ne sta in alto; scale mobili atterrano al pianterreno. I capolinea degli autobus sono poco fuori, di lato. Mi sono studiato il percorso: ho come meta il Ryoan-ji, con il suo giardino zen. Prima di lasciare il Giappone potrò mai farne a meno, mi sono detto.

L’autobus si affolla via via: studenti, studentesse, donne con la spesa, anziani signori seduti in fondo. Non vedo esseri simili a me, cioè cercatori sperduti di luoghi in vista di tempo. Mi sembrano tutti cittadini ignari. E d’altronde le strade si fanno periferiche; si diradano i negozi; i semafori danno il via con circospezione; scendono e salgono passeggeri senza occhi.
Avrò sbagliato, mi dico. Chissà dove mi porterà quest’autobus? Non ho uso di lingua, devo affidarmi al percorso, da qualche parte prima o poi faremo tappa. La strada disegna delle curve, ai bordi comincia ad occhieggiare la vegetazione. L’autobus si fa meno carico; sale anche qualche persona che sembra dare l’idea di essere in cerca. E come d’incanto arriva la fermata giusta.
Scendo; sono all’inizio di un sentiero; le indicazioni si fanno chiare. Respiro. Laggiù c’è un ingresso, un vestibolo di legno dove lasciare le scarpe. Ho visto delle foto; ho letto dei racconti; dunque mi aspetto qualcosa. E infatti, andando a piedi scalzi, riconosco frammenti di sguardo già visionato.

Succede però che all’arrivo, dinanzi al giardino vero e proprio, i ricordi posticci svaniscono. Mentre osservo sale il silenzio, punteggiato da piccoli scorrimenti d’acque. Si prende il campo visivo un campo fiorito di ghiaia: bianco, forse un rettangolo, chiuso da mura screziate di marrone. La ghiaia è pettinata longitudinalmente. L’occhio segue le linee e affonda come in un mare vasto, oceanico, a murmure spento.
Al centro affiorano cinque isole; tutt’attorno la ghiaia segue a cerchio il loro cerchio. Sembrano sombreri di pietra; poca vegetazione gli cresce sopra, come capelli ribelli. Cinque isole ad arcipelago; fanno dialogo mutangolo. Non sono solo; ma è come se lo fossi.

Da minuti infermi ho preso una posizione seduta. Lascio che il tempo si depositi negli occhi. In lontananza l’acqua scorre e a volte fa un accento alto come se toccasse un tasto diesis di pianoforte. Mi si rallenta il battito cardiaco; respiro sotto la camicia in incognito. Lascio da parte le ipotesi della ragione; i perimetri a centimetri; guardo fuori dagli occhi. Le cime degli alberi si fanno vive dietro ai mattoni marroni. Ondulano nell’aria; staccano colori da non dire. Il ritmo del treno stracciapaesaggio si è inabissato. La velocità dell’arrivo, la stazione gonfia come un otre di cromie allarmanti, l’autobus titubante sono esserini smarriti tra i fantasmi. Il tempo adesso ha la parvenza dell’immobilità; eppure è anche meridiana lieve e concentrica.
Capisco quanto importante sia l’arte del miniaturizzare; di tenere un mondo intero in un mano, come in un haiku. Ma poco so spiegarlo. Addirittura non voglio. Il pomeriggio si fa strada tra i passanti. Sono tornato a Kyoto. Vestiti in abiti tradizionali giovani coppie si danno la mano, guardano negozi, spariscono in tempietti rossi. Un grande padiglione annuncia a saliscendi il parco della città. Il passo mi ci conduce, ignaro di ritorni in agguato. Gli alberi a tratti sembrano danzare. Si accendono le luci. Edifici e tempietti fanno capolino nella vegetazione.

Chissà come mi trovo in una sala da tè. Ordino un bancha; ha un sapore di prato appena falciato. In fondo alla tazza smaltata lascia tracce verdoline; sembrano la capelvenere che si trova in prossimità dei pozzi. Dire cosa sia la cultura zen abbisognerebbe di studi che non possiedo. Quel che so mentre bevo e il Ryoan-ji agisce come un contagocce estatico risiede in quel che sento.
Posso dirlo? È giusto farlo? O invece è necessario trovare immagini-sensazioni, avamposti percettivi, compagni di similitudini. Mi viene in soccorso il poeta: «È la grata sorpresa di chi tenta/ di rinchiudere il tutto in qualche niente/ che si rivela solo perché si sente».

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