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In Puglia e Basilicata

MERIDIANE

A Palermo per cercare il mio tempo «vissuto»

A Palermo per cercare il mio tempo «vissuto»

Nei luoghi di origine i ritorni più pregnanti ma anche i più arditi

24 Marzo 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Nei ritorni il tempo fa vortice; si arrotola su se stesso; è nastro di Möbius dove verso e recto coincidono.

I ritorni più pregnanti ma anche i più difficili e arditi avvengono nei luoghi d’origine. Sono nato in una città che prende il nome di Palermo.

L’ho lasciata al capolinea dei primi dieci anni. Dove sarà mai andato a finire tutto il tempo vissuto a Palermo? Spesso si è infiltrato nei sogni, prendendo le fattezze urbane della città: una piazza, un incrocio, un marciapiede, un cielo arrossato dal tramonto, una nenia in discesa da un balcone…

Il tempo senza lo spazio tende a far cenere di sé. È come se avesse bisogno di uno scheletro che lo sorregga; una cartilagine flessuosa; un appendiricordi. Se a questo s’aggiunge la sparizione dalla vita quotidiana delle persone amiche, dei parenti, dei negozianti abituali, degli alberi amati, ne risulta una deprivazione a raggiera.

Dieci anni sono tanti e sono pochissimi. In dieci anni si accumula un tesoro di percezioni e di autoprecisazioni che sarà alla base di ogni nostra altra presente e futura strutturazione psichica.

Capita che un giorno, per congiunture imprescrutabili, si torni. Sono a Palermo, cammino per via Maqueda, incrocio via Vittorio Emanuele, mi fermo ad osservare i Quattro Canti con le stagioni le patrone i sovrani, entro nella chiesa di Santa Caterina ad ammirare i marmi mischi, godo del chiostro pensando all’Andalusia, giro in tondo alla fontana Pretoria, m’inabisso nel quartiere ebraico…

È in fondo a via Oreto che se ne sta la mia origine. È una via che conduce fuori dalla città e che in linea retta è preceduta dal Viale della Libertà e da via Maqueda. In fondo in fondo c’è un ponte. Avrebbe bisogno di manutenzione, ma svolge il suo compito. Attraversare quel ponte a piedi ha significato compiere il primo viaggio della mia vita. Ogni altro ponte successivo è derivato dal ponte sul fiume Oreto.

Ma nello stare a Palermo, nel tornarci oggi, adesso, mi rendo conto e insieme scopro che la mia esperienza percettiva annovera un altro ponte. È situato in un’altra zona della città, frequentata dopo aver cambiato casa.

Si tratta di un ponte più antico, che avevo sin qui guardato da sotto. Era successo quando l’automobile guidata da mio padre aveva prima disceso e poi risalito la depressione che il ponte da sopra colmava poggiando su archi bassi.

Che vertigine mi dava quel passaggio: era come se la città si facesse d’improvviso da parte per far spazio alla natura.

Oggi, tornando sui miei passi, ne scruto le forme: ci passo prima sotto, ma a piedi; poi scopro che si può andarci anche sopra. Ma da dove si entra? Si entra da Villa Trabia, prima un parco privato oggi un giardino pubblico. Il ponte fu edificato nel Settecento per congiungere due parti rese lontane da un dislivello.

Cammino, cammino finché trovo l’ingresso. Non sto quasi nella pelle.

Come si arriva al ponte? È vero che ci si può camminare sopra. Lo vedo venirmi incontro. Mi fa felice il passo. Mi affaccio a guardare le automobili che come quella di mio padre affrontano lo scendisali, laggiù. Guardo ai lati e scopro petrai ingenti; hanno un colore pregno di marrone che va verso il fulvo, simile al pelo di certi cani.

Mi dicono che lì c’è stata una cava; forse lo stesso ponte è stato edificato con i materiali estratti laggiù. Vado avanti e torno indietro; sento di essere nel punto meridiano del mio ritorno.

Vedo la mia prima scuola; annuso dietro l’angolo del ricordo un intero quartiere ch’era allora un misto di costruito e di terrain vague; di carrozze lasciate ai margini di strade polverose; di vasti scavi dove sarebbero sorti palazzoni a più e più piani.

La strada che passa a sbalzi di quote sotto al ponte quando è stata costruita? Mi dicono ch’è avvenuto nel 1967. La data apre le porte della percezione. Sento la voce di mio padre che dice: andiamo a vedere la nuova strada; è in discesa e in salita; un luogo particolare.

Avevo otto anni. Quanto tempo c’è voluto per tornare qui, dove, come dice una poesia di Giogio Caproni, non ero mai stato.

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