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PESARO, 6 giugno 1989 — «Nuova vaga». E' così che un'interprete in simultanea ha tradotto «Nouvelle Vague». Immediati e comprensibili, l'ilarità e il rimbrotto della platea della Mostra del nuovo cinema di Pesaro, dedicata quest'anno proprio alle «Nouvelles Vagues», le nuove ondate di cineasti di ieri (Anni '60) e di oggi. L'aneddoto, non volendo, la dice breve ma giusta su quel che è emerso sulle cinematografie di ciascun Paese partecipante, il week-end d'apertura è stato tutto francese. Dopo l'anteprima del deludente I giochi di società, l'ultimo Eric Rohmer che ha però sedotto molti colleghi, ecco una batteria di fllmettini d'Oltralpe inconsistenti, intellettualistici, manierati fino allo spasimo (dello spettatore). Una sola eccezione: II figlio dell'inverno di Olivier Assayas, già autore dell'interessante Desordre e qui alle prese con le forche caudine dell'opera seconda. Brillantemente superate, con una storia disperata di quattro personaggi in cerca d'amore, nella Parigi notturna dei teatri e delle passioni. Natalìa (Marie Matheron, una nuova Huppert) aspetta un bimbo da Stefano che, in fuga dalla paternità, si rifugia tra le braccia di Sabina, la quale a sua volta rincorre Bruno. Un quartetto stonato, fragile, lacerato dalle incertezze piuttosto che dalle gelosie. Un padre morente, quello di Stefano, e un bambino, «n figlio dell'inverno» che solo dopo molto tempo, nel finale, la mamma farà conoscere al suo compagno. «Come si chiama?», le chiede quest'ultimo. «Stefano» — risponde Natalia, piangendo. Un film che, ad onta dell' intreccio melodrammatico, e in virtù del pedinamento della macchina da presa sui volti dei personaggi, si contrae nel cerchio chiuso di sentimenti dolorosi, profondi. Al confine con la psicoanalisi, Assayas elabora felicemente «frammenti di un discorso amoroso» (per dirla alla Roland Barthes) incerti tra antiche soluzioni (Sabine uccide Bruno) e nuovi, inafferrabili itinerari. Un film «dark», oscuro, eppur rischiarato dalla necessità, dall'urgenza del semplice coraggio di autodefinire la propria identità che incalza i personaggi, oltre che dalle bellissime riprese en plein air, dai «totali» di paesaggi all'alba, nelle campagne intorno a Spoleto, dove Sabine si reca con Stefano per lavorare al Festival.

Che aggiungere? Speriamo che qualche distributore italiano lo compri o lo porti nelle sale, confortando la residua critica che spesso riferisce su anteprime destinate a non arrivare mai al pubblico. Sfortunatamente, sarà questo anche il caso dei cortometraggi di Luc Moullet, nato al cinema con la leva di Truffaut e Godard, e tuttora dalla vena vitalissima. Tra i numerosi suoi minifilm visti a Pesaro, citiamo solo Barre e Saggio d'apertura. In entrambi, con un'ironia che si direbbe a metà tra Tati e Bergson (quest'ultimo teorizzò l'inadattabilità dell'uomo alla realtà come fonte della comicità), Moullet strappa il sorriso prendendosi gioco dei feticci della società contemporanea. «Barre», infatti, mette in scena lo spettacolo del salto all'ostacolo delle biglietterie automatiche nella metropolitana di Parigi, mentre Saggio d'apertura mostra, nell'arco d'una vita, lo stesso Moullet alle prese con il tappo di una bottiglia di Coca Cola (ricorrendo persino alla fiamma ossidrica). Il regista, barbuto e disincantato, a Pesaro ha spiegato che ama confrontarsi con la quotidianità, cogliendone i paradossi («La metropolitana un tempo era solo un mezzo di trasporto, oggi è uno show continuo. Come lo sci»).

Gli altri film. Oltre ai due nuovi documentari dell'anziano Jean Rouch, campione del cinema etnografico alle prese con uno psicodramma mistico della Martinica (Ordinaria follia di una figlia di Cam) e con il centenario della Torre Eiffel (La barca ubriaca), il resto della selezione francese ha riservato sorprese negative, vaghe, come si diceva in principio. Per dovere di cronaca, allineiamo i nomi di Phillippe Garrel (I ministeri dell'arte, trito omaggio alla Nouvelle Vague), Jean-Daniel Pollet (cinque film dal formalismo esasperato e per di più disseminati da disgrazie realmente accadute durante le riprese: insomma un autore in odore di pirandelliana «Patente») e l'ennesimo esercizio simbolico di Raul Ruiz (Tutte le nuvole sono orologi).

Ora tocca a russi e spagnoli, mentre anche a Pesaro, naturalmente raggelata dalla tragedia di Pechino, se ne vivono gli echi attraverso il dolore del regista Tian Zhuangzhuang, uno dei firmatari del «manifesto dei 33» (col quale nelle settimane scorse gli intellettuali cinesi si sono schierati dalla parte degli studenti di Tienanmen), presente alla Mostra con il film I cantastorie.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 6 giugno 1989) 

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