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PROPAGANDA

«Cchiù pilu pe’ tutti», come Cetto La Qualunque

«Cchiù pilu pe’ tutti», come Cetto La Qualunque

Al via la campagna elettorale e le promesse dei politici. Dal termine originale inventato dalla Chiesa per combattere eresie e protestantesimo all’attuale concetto di catalogo di bugie.

27 Luglio 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

«Un milione di alberi piantati». «Pensioni a mille euro». «Azzeramento delle cartelle esattoriali» (in Italiano condono fiscale). Sono solo le primissime promesse dei partiti agli elettori. La fine del governo Draghi ha dato infatti ufficialmente il via alla campagna elettorale. Ufficialmente, perché l’Italia è l’unico Paese in cui i partiti sono in perenne campagna elettorale. Da un punto di vista etico la campagna elettorale è diventata una sorta di zona franca, nella quale cioè si dà per scontato che si possa dire di tutto e di più ignorando qualsiasi riscontro con la realtà. In teoria doveva servire invece a far conoscere programmi, idee e personalità dei partiti in modo che i cittadini potessero formarsi un’opinione e quindi decidere per chi votare.

Una campagna elettorale così deformata punta molto sulla propaganda, concetto a sua volta corrotto dall’uso e diventato sinonimo di fake news, ovvero di raccolta di bugie. In origine, era il 1622, la propaganda nacque in ambito religioso con l’istituzione da parte della Chiesa cattolica della Congregatio de propaganda fide per la diffusione e la difesa della fede contro eresie e protestantesimo. Propaganda è infatti il gerundivo femminile del verbo propagare, così come agenda – termine molto in voga in questa campagna elettorale – è il gerundivo neutro di agĕre, cioè di fare. Nel XVIII secolo il termine (etimologicamente significa coltivare, seminare, diffondere) si trasformò in un sostantivo con il quale veniva indicata la diffusione di messaggi tesi a far conoscere attività di organizzazioni religiose, movimenti politici, associazioni culturali. Ed è in questa accezione che la propaganda entra anche nella Costituzione italiana: l’art. 19 (dunque prima dell’art. 21 sulla libera manifestazione del pensiero) prevede che «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda…».

Il termine è dunque utilizzato nel senso originario datole dalla Chiesa cattolica. Oggi prevale invece il connotato negativo, tanto che i vocabolari definiscono la propaganda come «azione che tende a influire sull’opinione pubblica, orientando verso determinati comportamenti collettivi, e l’insieme dei mezzi con cui viene svolta». Nel caso specifico della politica la propaganda «mira a convertire una vasta massa di individui a certe opinioni o ideologie o programmi di partito mediante le tecniche di socializzazione, ovvero attraverso le tecniche pubblicitarie dei media (nei modi, loro propri, della “persuasione occulta”)».

Questa forma dispregiativa è prevalente anche nel linguaggio comune, dando per scontato che chi diffonde i messaggi compia delle forzature o operi delle censure dei fatti per ottenere consensi. La storia più recente delle campagne elettorali conferma purtroppo questa degenerazione della propaganda in informazione menzognera. Gli esempi sono clamorosi: dal milione di posti di lavoro promessi da Berlusconi nel famoso Contratto con gli italiani fino alla «fine della povertà» annunciata dai 5Stelle in tempi più recenti; dall’uscita dall’euro proclamata dalla Lega all’abolizione del canone Rai sparata dal Pd. È solo un piccolo catalogo degli annunci propagandistici, in realtà sono stati molto più numerosi e di grande fascinazione come la flat tax al 23 per cento o la lotta all’evasione fiscale (una chimera sin dai tempi della Dc), l’abbassamento dell’età pensionabile, l’elezione dei giudici e chi più ne ha più ne metta. La politica invece ha bisogno di un’informazione corretta.

La propaganda potrebbe perdere molte delle sue scorie semantiche se diffondesse la verità sulla situazione del Paese e la condizione degli Italiani. Su questo punto, per esempio, occorrerebbe ricordare che non siamo così poveri come politica, media e influencer vari interessatamente ci dipingono. Il pianeta conta poco meno di 8 miliardi di persone e solo un abitante su 6 (meno del 17%) ha una condizione paragonabile alla nostra: acqua corrente potabile (nonostante la siccità), servizi igienici, energia elettrica costante, televisioni, giornali e soprattutto libertà, democrazia e il welfare, cioè gli ospedali e la copertura dai tanti rischi, istruzione e cibo compresi. In molte parti del mondo si vive con meno di 2 dollari al giorno, gli ospedali sono un miraggio per pochi così come la scuola, che spesso è solo a pagamento.

Tradotto in numeri significa che solo 1,2 miliardi di persone hanno una qualche forma di protezione sociale, ma quelli che possono avere il welfare italiano sono poco più di 600 milioni. Dobbiamo accontentarci? Certo che no, tutto si può migliorare e basterebbero pochissimi interventi sostanziali per trasformare davvero il Paese. Solo che la propaganda preferisce insistere su quei temi che solleticano gli elettori e che rifuggono dal confronto con la realtà. Come sintetizzava bene Cetto La Qualunque, il politico impersonato da Antonio Albanese, «chiù pilu pe’ tutti» è il topos della propaganda.

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