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In Puglia e Basilicata

Mafia

Una overdose di informazioni

Una overdose di informazioni

L’ennesima liturgia per i trent'anni dalla strage di Capaci. Si va ancora a caccia dei veri responsabili, si ricostruiscono vicende lontane con protagonisti ormai scomparsi. Ma nessuno ci dice come funziona oggi la mafia e da dove dirama i suoi tentacoli

24 Maggio 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

A trent’anni dalla strage di Capaci si è consumata la liturgia del ricordo. Cerimonie, vecchie immagini, ricostruzioni, inchieste giornalistiche e tante, tante troppe parole contro la mafia. Nelle 72 ore a cavallo del tristissimo anniversario siamo stati bombardati da testimonianze e amarcord. Bene, si dirà, per non dimenticare. Certo, nel passato c’è sempre una lezione, un insegnamento che bisogna saper fare proprio. Ai giovani soprattutto, bisogna raccontare, spiegare, far capire quel che è accaduto e che ancora accade. Perché la mafia non è finita, anzi è più viva e attiva che mai e dall’organizzazione bombarola e sanguinaria si evolve sempre più in una holding che drena soldi pubblici per investirli in ogni malaffare. Le estorsioni, la prostituzione, il traffico di droga sono attività lasciate alla manovalanza. La mafia vera, quella che ha potere e parla con il potere, si occupa di altro, è diventata 4.0 ed è formata da manager laureati nelle migliori università.

Nell’attuale concezione dell’informazione ogni evento – fresco o vecchio di trent’anni non importa – è buono per essere trasformato nel polo unico dell’attenzione. Passato il santo, passata la festa. Cessato l’evento si concentra l’attenzione da un’altra parte, per distoglierla e volgerla verso il prossimo evento di turno. Questa informazione-overdose serve a poco o a nulla. Perché non aiuta a crescere, in quanto concentra in un tempo brevissimo una massa enorme di dati, che nessuno è in grado di recepire e assimilare. Allora si procede per assonanze: «Ah, sì ho visto il servizio del tg su Falcone… peccato». In questa sensazione, in un superficiale passaggio si è convinti di aver capito tutto di Capaci, della mafia, della criminalità. Il modo olistico di informare riduce ogni evento a puro amarcord, a liturgia cui non ci si può sottrarre, ma della quale in sostanza non ce ne frega niente.

Questo fa sì che dopo trent’anni si sia ancora alla ricerca della vera verità e dei veri mandanti. L’altra sera è arrivata una puntata di Report a portare nuove piste e nuove presunte verità. La Procura di Caltanissetta è subito intervenuta con richieste di perquisizioni e di acquisizione di strumenti e materiali del giornalista che ha curato il servizio, salvo ritirare le richieste dopo qualche ora. Anche questa è diventata una stanca liturgia che alla fine accontenta tutti, perché tutti trovano il loro quarto d’ora di celebrità, come insegnava genialmente Andy Warhol. E infatti se così non fosse non staremmo dopo trent’anni a dare ancora la caccia alle streghe, con tanti protagonisti – palesi o occulti, veri o ipotetici – scomparsi di scena portando con sé nella tomba i loro segreti.

La «liturgia» della commemorazione, con quel senso di appagamento che induce, provoca un altro effetto, il più pericoloso, lascia cioè la convinzione che un capitolo si sia chiuso e che in qualche modo il pericolo sia passato. È affine a quella serenità che subentra a chi partecipa al funerale di una persona cara. Una pace interiore che tende a lenire il dolore, ad addolcire il ricordo, a mitigare la sofferenza. Nella società di massa invece serve a favorire l’oblio, quel velo che tutto ricopre e tutto rende indistinguibile, come una nevicata sulle case. È vero che la coscienza antimafia in questi tre decenni è cresciuta, ma poco per merito delle istituzioni e dell’informazione, più per gli errori che la mafia stragista e arrogante ha commesso. E infatti da quando ha cambiato strategia ed è passata alla gestione manageriale del crimine ha allargato i suoi tentacoli in maniera spaventosa.

Non è più solo Cosa nostra, è diventata cosa di tutti, con affari che vanno da Nord a Sud, dall’Italia al resto d’Europa, senza più alcuna distinzione geografica o radicazione territoriale. Come insegnava proprio Falcone, per scoprire la mafia bisogna seguire il percorso dei soldi. Quindi dove circolano i soldi – tanti soldi – là sicuramente la mafia c’è e prospera. Se così è, nessuna meraviglia allora che da Palermo, da Catania o da Corleone si sia spostata a Milano, a Trento, in Svizzera come in Germania. In Sicilia restano i ruderi, la mitologia di un fenomeno criminale e gli ultimi avamposti di un modo di pensare che l’ha portata alla realtà di oggi.

Ma si tratta di archeologia mafiosa, che certo tiene ancora ben saldo il controllo di ogni attività locale – basta vedere i costi e i tempi delle opere pubbliche in Sicilia come in Calabria – per capire il suo livello di penetrazione e il sottosviluppo che riesce a mantenere. Ma questo modo di fare è ormai superato, gli attentati a Falcone, a Borsellino e a tanti altri fedeli servitori dello Stato non sono più necessari. Il crimine si può efficacemente gestire con un computer e un telefonino, senza il fragore delle esplosioni. Peccato che nell’overdose informativa di questi giorni nessuno ci abbia detto di più su come funziona la mafia oggi. O forse si è perso nella massa di servizi e articoli.

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