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In Puglia e Basilicata

In tempi di guerra

Viaggio nel bunker anti-nucleare nascosto nel bosco di Martina Franca

La base, scavata per 50 metri nel fianco della collina, è a prova di attacco nucleare

16 Maggio 2022

Maristella Massari - Ottavio Cristofaro

TARANTO - Nel cuore del verdeggiante bosco di Pianelle, alle porte di Martina Franca c’è un’area «off-limits», delimitata da un grande cancello verde al di là del quale, dalla metà degli anni ’50 fino al 1998 ha operato il Terzo Roc (Regional operative command) dell’Aeronautica Militare, a cui era deputato il monitoraggio dei cieli 24 ore su 24.
La base, scavata nel fianco della collina nella Murgia tarantina in piena Guerra Fredda, a 50 metri di profondità, è a prova di attacco nucleare. Una necessità dettata dai tempi – allora – con lo scontro dei due blocchi, quello atlantico e quello sovietico, che era costante fonte di tensione. Oggi il sito, «disattivato» per i compiti che svolgeva alla fine del secolo scorso, resta uno dei pochi bunker blindati in provincia di Taranto. L’esigenza della sua protezione a prova di bomba era legata al delicato compito: in caso di attacco, sarebbe stato necessario garantire in totale sicurezza le comunicazioni e le operazioni di controllo dei cieli.

Nel 2015 gli stretti cunicoli che portavano al cuore della montagna e alla grande sala operativa che ospitava le «consolle» su cui arrivavano le tracce dei radar disseminati lungo le coste italiane, sono stati ufficialmente chiusi, dopo il trasferimento delle funzioni di controllo aereo al centro di Poggio Renatico in Emilia Romagna. La «Gazzetta» è andata a vedere cosa è rimasto oggi di questo importante tassello della difesa aerea che, per mezzo secolo, ha prodotto sicurezza per il nostro Paese. A farci da guida è un «Virgilio» davvero d’eccezione: il colonnello Donato Barnaba, attuale comandante della base che ospita il 16esimo Stormo Fucilieri dell’aria. È la sua terza volta a Martina Franca. Il suo primo incarico, da giovane sottotenente, era legato all’attività di soccorso aereo coordinata dal Terzo Roc. Originario di Putignano, Barnaba conosce la base come le sue tasche.

«Una delle articolazioni principali di questo sito era la difesa aerea per quel che riguarda la Terza Regione, ovvero la parte meridionale dell’Italia. Ci occupavamo della sorveglianza dello spazio aereo, pronti ad intervenire laddove ci fossero state delle “tracce” sospette sui radar, ovvero non riconosciute o non autorizzate». La caverna di Martina Franca ha tre livelli operativi: il primo sulla strada con l’ingresso blindato e il corpo di guardia, il secondo a meno 25 metri con le sale di lavoro per l’elaborazione dei dati e quella più «segreta» e operativa a meno 50 metri scavata nel cuore della collina di Pianelle. Un dedalo di corridoi ad aerazione forzata che, dalla collina, portavano dritti al cuore del controllo dei cieli del Mediterraneo. La Libia con i suoi missili puntati aveva indotto lo Stato ad arretrare quella “prima linea” europea di fronte alle coste africane per supportare la Marina di Taranto sino al Veneto. Qui tornano alla mente quei giorni di ottobre del 1991, quando i telefoni della sala operativa di Martina trillavano per cercare di decifrare il giallo senza fine dell’Itavia. Oggi quella galleria inaugurata negli anni ‘50 per controllare lo spazio aereo insieme agli americani, che a Trasconi avevano la base Nato e i radar, è stata definitivamente murata. La storia in breve di questa «sede operativa protetta» inizia nel 1953. A 50 metri di profondità centinaia di persone operavano 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 per sottrarre rocce e terra alla montagna e realizzare la base. I lavori di scavo, da dicembre 1959 permisero di ospitare la base di Difesa aerea territoriale, divenendo nel 1962 Comando operativo di Regione, inglobando le competenze dal 1963 nella catena di difesa aerea della Nato che ne assunse il nome nel 1964. Nel 1998, il reparto di Martina divenne Centro operativo alternato e mobile fino al 2000 con funzioni di comando e controllo delle operazioni aeree nazionali. A seguito della ristrutturazione dei vertici della Forza Armata, la base martinese fu destinata a compiti nel settore delle telecomunicazioni, quale centro nodale dell’Aeronautica Militare per l’Italia meridionale mentre dal 2004, diventa 16esimo Stormo, con la denominazione «Protezione delle Forze».
Oggi di quello scenario da Wargames, il celebre film di John Badham con Matthew Broderick, rimane grazie alla lungimiranza dell’Aeronautica e alla passione del personale militare, una sala espositiva, dove si possono ancora ammirare apparecchiature elettroniche, radar, pannelli operativi e registratori a nastro del vecchio Terzo Roc.

Sulle «consolle» ricostruite con cura e dedizione, resta la testimonianza di un’epoca che sembra lontanissima non solo per il livello della tecnologia espressa. Ci sono nomi e sistemi operativi in uso tra la fine degli anni ‘60 e quella degli anni ‘90. Un tempo cristallizzato che racconta in maniera rigorosamente analogica la storia della sorveglianza aerea d’Italia. Con tanto di nomi in codice ancora ben visibili sugli schermi illuminati dai neon. Quello di Martina era «sasso». Erano gli operatori di «sasso», scelti e con un livello di segretezza altissimo, quelli deputati a elaborare le tracce radar e a decidere se far scattare lo scramble, ovvero il decollo rapido degli intercettori di guardia in caso di pericolo per il nostro Paese. 

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