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TARANTO - Entro la giornata di oggi verranno fermati gli impianti dell’Acciaieria 1 dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto nell’ambito delle misure di contenimento dei rischi di contagio da Coronavirus. Lo ha comunicato oggi la dirigenza alle Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie). Entro mercoledì gli stessi impianti saranno messi in sicurezza come da procedure aziendali. Il personale interessato che dovrà fermarsi e usufruirà della cassa integrazione dopo lo smaltimento ferie è di 521 unità. Resterà solo il presidio di alcuni lavoratori a salvaguardia degli impianti.


La Uilm spiega che da subito 15 operai saranno dislocati in Acciaieria 2 per alcune postazioni scoperte e nel tempo, in caso di necessità, sarà coinvolto ulteriore personale. Con la fermata dell’Acciaieria 1 lo stabilimento passa dalle 48 colate giornaliere a circa 30 colate. L’Acciaieria 2 lavorerà con tre convertitori. 

OPERAZIONI DI FERMATA -  Proseguono nello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, in conseguenza dell’accordo tra azienda e sindacati sulle misure di contenimento dei rischi di contagio da Coronavirus, le operazioni di fermata dell’Altoforno 2, impianto dell’area a caldo che fu al centro di uno scontro giudiziario e che ha ottenuto la proroga della facoltà d’uso nel gennaio scorso grazie a un provvedimento favorevole del Tribunale del riesame.

La Fim Cisl, dopo l’incontro di oggi tra la dirigenza e le Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie), precisa che l’Afo2 da "venerdì notte è stato assoggettato all’abbassamento della carica onde evitare ripercussioni tecniche e shock termici, ma senza effettuare il colaggio della salamandra, visti i tempi contingentati. Gli scambiatori di calore Cowper continueranno ad essere alimentati per non deteriorare irrimediabilmente gli impianti». A seguito della fermata, aggiunge la Fim, «verrà utilizzato unicamente il personale necessario per la messa in sicurezza dell’impianto, in successione del quale verranno lasciati unicamente i presidi. A fine operazione saranno collocati in cassa integrazione 56 operai. L’azienda si sta attrezzando per cercare di verificare la possibilità di anticipare eventualmente la fermata, compatibilmente anche - conclude l’organizzazione sindacale - con il reperimento dei ricambi e l’impiego delle ditte per la manutenzione, che originariamente era prevista per fine aprile».

LA RICHIESTA DEGLI AMBIENTALISTI - «L'acciaieria ex Ilva non rientra nelle aziende che producono beni essenziali e, quindi, per tale motivo, autorizzate a proseguire l’attività». Lo afferma il movimento ambientalista Giustizia per Taranto, aggiungendo che "secondo il DPCM del 22 marzo sono sospese, sino al 3 aprile, tutte le attività produttive industriali ad eccezione di quelle indicate nell’allegato 1 del DPCM. Nell’allegato 1, che elenca i codici ateco delle attività consentite, non c'è il codice 24.10, quello che riguarda le acciaierie». Il movimento fa presente che l'ex Ilva «rientra comunque nelle attività previste dalla lettera G dell’articolo 1 del DPCM (impianti a ciclo produttivo continuo).

Per queste è prevista la prosecuzione della attività previa comunicazione al Prefetto, ma solo al fine di evitare che l'interruzione provochi un grave pregiudizio agli impianti o problemi di sicurezza». Alla luce di «tali presupposti, ed escludendo - afferma Giustizia per Taranto - che l’interruzione della produzione di Mittal per 15 giorni sia un problema di rilevanza strategica nazionale (fattispecie prevista lettera H), riteniamo che lo stabilimento ArcelorMittal vada messo in regime di comandata: cioè produzione ferma ma garantendo il personale minimo per questioni di sicurezza e di non pregiudizio degli stessi». Secondo il movimento ambientalista, «ogni altra soluzione (ad esempio il proseguimento della produzione) sarebbe in contrasto con quanto previsto dal DPCM ed incoerente rispetto alla mission dello stesso: limitare gli spostamenti al fine di diffondere il Coronavirus».

LA LETTERA DI MELUCCI - Non sembra evincersi l'essenzialità dei servizi produttivi di ArcelorMittal Italia presso lo stabilimento di Taranto». Lo scrive il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci in una lettera al prefetto Demetrio Martino.
Preso atto «delle prerogative che il Dpcm riconosce in capo ai Prefetti e considerato l’elevato numero di lavoratori interessati da potenziali esposizioni all’agente patogeno (con relative ricadute sul resto della popolazione)», il primo cittadino chiede di informare il Comune «di ogni comunicazione pervenuta dal gestore degli impianti; di fornire ogni utile informazione circa l’eventuale essenzialità delle attività svolte dallo stabilimento siderurgico di Taranto e la relativa applicazione delle disposizioni del Dpcm con le conseguenti modalità di applicazione». Melucci porta a conoscenza il prefetto «delle numerose richieste di analoga portata pervenute al Civico Ente dalle organizzazioni sindacali» ed evidenzia come per il Comune sia «preminente la tutela della salute pubblica rispetto qualsiasi altra considerazione correlata all’attività produttiva dello stabilimento stesso».

I SINDACATI -  Nel corso di un incontro con l'azienda che si è svolto nel pomeriggio di oggi, i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto di «ridurre ulteriormente al massimo la presenza dei lavoratori diretti e dell’appalto», aggiungendo che «ciò è possibile solo con marcia al minimo tecnico in assetto di comandata, per scongiurare il serio rischio di una esplosione dei contagi» da coronavirus. Lo comunicano in una nota congiunta le organizzazioni sindacali, che hanno chiesto un incontro urgente al prefetto di Taranto Demetrio Martino «in merito alle ultime novità contenute nel Dpcm sul Coronavirus e considerate la mancanza di sostanziali risposte a seguito dell’incontro odierno con i vertici di ArcelorMittal». Secondo Fim, Fiom, Uilm e Usb, «di essenziale in questa vicenda consideriamo solo e soltanto la salute dei lavoratori diretti e dell’appalto».

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