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I rimborsi alle cliniche private si basano su una specie di «listino prezzi» che si chiama Drg. Un meccanismo che, a volte, innesca un fenomeno chiamato in gergo «codifica opportunistica»: avviene quando la struttura effettua un certo intervento ma lo classifica (e se lo fa pagare) come se fosse un altro più costoso. È per questo che esistono i controlli di appropriatezza. In Puglia, nella Asl di Taranto, uno di questi controlli aveva portato a una contestazione da 13,5 milioni alla clinica San Camillo, che tra il 2009 e il 2013 avrebbe «gonfiato» 2.562 interventi alla spina dorsale: delle semplici discolisi (interventi di ossigeno-ozono terapia) che valgono 500 euro, classificate come interventi di ernia del disco che ne valgono 8mila nonostante non avesse neppure un reparto accreditato di neurochirurgia. Con ogni probabilità quei soldi non verranno mai recuperati, per un «errore» davvero singolare.

Il Tar di Lecce (Seconda sezione, presidente Di Santo) ha infatti accolto il ricorso della San Camillo stabilendo che - prima di potersi far restituire i soldi - la Asl dovrà verificare una per una le cartelle contestate. Ma questo, tutto sommato, è il meno. Il giudizio ha fatto emergere che nel corso degli anni - perché la storia dei Drg va avanti nel 2015 - la Asl ha pagato alla clinica privata tre decreti ingiuntivi per il saldo delle prestazioni degli anni 2010, 2011 e 2012, per un totale di 8 milioni di euro. Decreti ingiuntivi che la Asl, per qualche motivo, non aveva ritenuto di opporre, e che ha pagato con una fantasiosa (quanto inutile) clausola di salvaguardia.

I giudici amministrativi, infatti, hanno dovuto impartire alla Asl una lezione di procedura civile. Questa: «Il decreto ingiuntivo, per costante indirizzo giurisprudenziale, è titolo giurisdizionale che, ove non opposto, ha piena attitudine alla formazione del giudicato. Esso pertanto, una volta divenuto definitivo per mancata opposizione ai sensi dell’art. 647 c.p.c., rende inoppugnabile ai sensi dell’art. 2909 c.c. l’accertamento sia dell’an, che del quantum debeatur». Traduzione: se avete pagato senza contestare, avete nei fatti riconosciuto sia il debito sia le ragioni del debito. La «clausola di salvaguardia», dunque, non serve a nulla: ciò che la Asl ha fatto con quei tre decreti ingiuntivi è creare un danno erariale alle casse del sistema sanitario.
I decreti ingiuntivi (8 milioni di euro) riguardano l’intero saldo (il 15%) degli anni contestati, quindi «anche» gli interventi di discolisi. E quella parte dei soldi non potrà mai più essere richiesta indietro: la Regione potrà eventualmente recuperare gli importi del 2009 e del 2013 e la quota di acconto degli altri tre anni.

Insomma, un grande pasticcio che poteva e doveva essere risolto prima. Anche il consulente tecnico nominato lo scorso anno dal Tar di Lecce (il primario della Neurofisiopatologia del Policlinico romano di Tor Vergata) ha del resto riconosciuto che nelle cartelle cliniche della San Camillo c’era più di un problema circa la gestione di quegli interventi, come la Asl già sapeva da anni visto che aveva compiuto numerose verifiche. «Rilevate le suddette anomalie - è detto in sentenza -, il controllo integrale delle cartelle si imponeva». Certo, è anche vero che i vertici della San Camillo (che nel frattempo ha cambiato proprietario) dal 2011 hanno impedito fisicamente alla Asl di effettuare le verifiche su alcune cartelle, tanto da portare a una condanna per interruzione di pubblico servizio del titolare di allora. Ma non serviva alcun controllo per far emergere, come risulta dagli atti del giudizio amministrativo, che gli asseriti interventi di ernia del disco avvenivano nel reparto di ortopedia, dove in alcuni giorni risultavano 70 ricoveri a fronte di 15 posti letto autorizzati. A fronte di una situazione simile la legge avrebbe consentito alla Asl di revocare l’accreditamento della clinica. Invece chi c’era all’epoca ha preferito pagare, senza fare domande.

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