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TARANTO -  I cittadini italiani che lo scorso gennaio fecero condannare dalla Corte di Strasburgo l'Italia per le emissioni dell’Ilva, hanno chiesto un nuovo giudizio sul merito attraverso il rinvio del caso alla più alta istanza della Corte, la Grande Camera. Lo ha reso noto la stessa Corte, affermando che deciderà se accettare o meno la richiesta lunedi prossimo. Una richiesta finalizzata a ottenere il riconoscimento della responsabilità dello Stato anche per i danni causati alla salute.

Lo scorso 24 gennaio la Corte di Strasburgo aveva stabilito che «il persistente inquinamento causato dalle emissioni dell’Ilva ha messo in pericolo la salute dell’intera popolazione, che vive nell’area a rischio». La Corte aveva quindi condannato l’Italia per aver violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare dei ricorrenti affermando che le autorità non avevano preso tutte le misure necessarie per proteggere e informare i cittadini dei rischi.

La Corte tuttavia non si era pronunciata, come invece chiedevano i ricorrenti, sugli effetti che le emissioni dell’Ilva avevano avuto sulla loro salute, e quindi non determinò se l’Italia era responsabile per le malattie contratte.
Inoltre la Corte in quella sentenza, pur avendo chiesto allo Stato di agire più rapidamente possibile per assicurare la protezione della salute e dell’ambiente, non aveva accettato la richiesta di uno degli avvocati, Andrea Saccucci, di chiedere allo Stato la «sospensione immediata dell’attività più inquinante dell’Ilva».

LA RICHIESTA DEI CITTADINI - E’ stato un gruppo di 130 cittadini di Taranto, tramite lo studio internazionale Saccucci, a presentare proposta di Riesame della sentenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) che il 24 gennaio scorso ha condannato l’Italia per la violazione degli articoli 8 e 13 della Convenzione. In quella occasione non furono stabiliti indennizzi, ma solo la rifusione di 5mila euro per le spese legali di ognuno dei due ricorsi riuniti (il primo di 52 cittadini, il secondo di 130) e non di ciascun ricorrente.

Attraverso la richiesta di riesame, i cittadini chiedono il riconoscimento della violazione del diritto alla vita (art. 2 Cedu), l’indicazione da parte della Camera della Corte di misure generali volte a porre termine alle violazioni accertate (art.46 Cedu) e il riconoscimento di un indennizzo pecuniario per il danno morale subito (art. 41 Cedu). L’istanza è stata depositata dallo studio Saccucci il 24 aprile scorso. Quanto alla doglianza relativa alla violazione del diritto alla vita (art. 2 della Convenzione), la Corte aveva ritenuto di dover assorbire questa violazione nell’art.8, che genericamente parla di violazione al diritto alla vita privata. La seconda violazione lamentata è contemplata dall’art. 46. I ricorrenti rinnovano la richiesta alla Corte di condannare l’Italia a sospendere immediatamente la produzione degli impianti dell’area a caldo con una sentenza-pilota. Terza richiesta è relativa alla concessione di un risarcimento morale a tutta la popolazione coinvolta. Questa istanza di riesame sarà esaminata da un collegio di 5 giudici, diversi dai 7 che hanno emesso la sentenza del 24 gennaio scorso. Se verrà accettata, darà corso a un nuovo processo davanti alla Grande Camera.

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