Lunedì 19 Novembre 2018 | 06:54

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esperienze selvagge

«Ho ritrovato l'auto
e anche i calzini»

calzini

di ALBERTO SELVAGGI

Sì, ci sono. O meglio, c’è almeno uno dei fratellini miei diletti, i calzini tinta ciclamino Pompea. E poi tutt’attorno ‘sta scatola nera di macchina Micra diesel 1500 nera, appena ritrovata a Palo del Colle dai carabinieri, attorno a proteggerlo. Rintanato sotto il sedile del passeggero, come un pulcino scampato nel pollaio al raid di volpi fameliche. E a me, e a voi, amici, fratelli, non importa che questo.
Come ricorderete - se schizofrenici - il 23 maggio anno corrente, mentre probabilmente poltrivo sulla scogliera di Polignano a Mare, una mano lesta mi sfilò dai jeans bigliettoni euro e dal giacchetto posato dietro la testa la chiave della macchina che porta a spasso da tempo, senza soffocare, il mio sedere. Restai in braghe, praticamente, mentre alla controra la cala del Ponte dei Lapilli si ripopolava di vari esseri. L’amichetto Ermanno mi accompagnò per la denuncia dai militari in caserma (andatevi a leggere cosa successe ché adesso mi scoccia ripetere), dopo che un altro compare di mare, turese, mi aveva descritto i due diversamente bianchi (voglio evitare di riscrivere negri, negri, e ancora negri, in quanto politicamente scorretto) che sopraggiungendo vide portar via la mia Micra, detta «’u Sciùmm’» (la Gobba) da Peppino del Bar di via Roma, ovvero la «via drett» (diritta) polignanese.

La notizia – che ha cambiato le sorti d’Italia, in effetti – soverchiò il bailamme delle elezioni in paese, affrescando d’inchiostro iperbolico la prima pagina di Fax Polignano per intero: «FURTI SELVAGGI». Io stesso, in un articolo sulla Gazzetta, aprii il cuore a pubblica pena per la sparizione dei pedalini lilla puzzolenti un pochetto che avevo lasciato sul sedile posteriore dell’auto, prima di guadagnare il mare senza impedimenti.

Ebbene: tranquilli. I gemelli nostri amatissimi, i calzetti ai quali tanto tenevo, e per i quali voi stessi piangeste, esistono ancora, pur se divisi in eterno.
Uno di loro gemeva palpiti tessili nella Micra che i carabinieri di Palo del Colle hanno rintracciato mercoledì scorso in via Orazio Tricarico, direzione Binetto. L’altro sarà in mano ai ladri, presumibilmente, preda da riscatto – nessuna richiesta al momento -, o materiale d’analisi per produrre nuove droghe sintetiche. L’auto, portata via dalle divise con il carro attrezzi, era parcheggiata da tempo imprecisato diligentemente. Chiusa, affinché gli stessi indumenti da piede fossero protetti. E in condizioni perfette anche all’interno, a parte presunte macchie sanguinolente di nigeriane a nolo sul sedile dietro. Completa di tutto o quasi ciò che conteneva: il portamonete di Peppa Pig, taccuini con i pupazzetti, le pennuzze verdi, rosa e giallette, i preservativi ovviamente non c’erano, manca la scatolina fiorata con gli psicofarmaci, ma tanto erano scaduti da un pezzo: ladri non-bianchi fottetevi. Pure il portagioie caramello era lì sotto plancia dov’era (ma poi a che mi serve?), e nel portabagagli la fune per menarsi a mare con il maestrale garantendosi un appiglio, che bello, e perfino le utilissime micro-mollette multicolori mai scartate dal cellophane.

Luci8 («Luciotto», mio amico dall’alba dei nostri tempi) mi ha scortato dai carabinieri palesi, poi nel capannone dove il mezzo giaceva. Inizialmente, frugando nell’abitacolo, non li vedevo. I fantasmini, intendo, dei quali poi quasi tutti, appreso della nuova, su WhatsApp mi chiedevano («sì vabbè la macchina, ma i calzini stanno ancora dentro?»). Finché, tornati a Bari al lavaggio, ho scorto sotto il sedile il sopravvissuto, appallottolato, in crisi asmatica, evidentemente, che con espressione violacea chiedeva venia. «No, Lucetto, guarda! Cristo, no, non è possibile, non ci credo!». Ed egli: «Nooo Selvaggi, vabbè… Basta. Questa storia merita un libro, mica un pezzo».

Nel corso dei tre mesi, con il consueto affarismo strategico, ho acquistato una squallida Opel Agila usata color oro massiccio per 2100 euro, spendendone altri 1000 per rimetterla in sesto (gnic-gnic, trattat-tà, tunc-tunc, ciiiìgola!, scaaàtta!, il portellone posteriore, eccetera). Peppino del Bar l’ha soprannominata «’a Strett’ghecchie» (Strada Stretta, per la sua compressione cubista protesa in altezza). Ma tanto la vendo. Torno a «’u Sciùmm», peraltro più votata nel sondaggio tra avventori del bar che sversa Drègher.
E Santo Vito non me ne vorrà, ne sono certo, se al posto del suo adesivo protettore che tenevo su un vetro, lascerò calare il pedalino superstite colore del fiore primulaceo fetente.

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