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ALBERTO SELVAGGI

Soltanto per dirti quanto il mondo è cambiato. Passando e ripassando, sostando, oppure entrando nei meravigliosi cubicoli marci sulla via San Giorgio, verso Torre a Mare, dopo Punta Perotti, prima della Q8 che ugualmente, nella magia del suo spazio ti dà da pensare. Casette di puttane misere più che miserabili. Donne permale, cioè poco dissimili dalle perbene, tutto sommato. Là dove gli esteti, procedendo negli anni, cercano la bellezza nel suo sfaldarsi, nello sfiorire tra odor di cadavere, e che fa di tutto poesia acre.

Ti ricordi i tuguri nei quali spiavi perché ambedue i tuoi occhi volevano la loro parte di degrado? O davanti ai quali, sul motorino in surplace, dileggiavi gridando le donne a noleggio e Lorenzo «Varichina», ricchione abominante, loro assistente guardiano? Porca miseria: e guarda. Sono là, per la centesima volta senza più i sigilli posti dai Carabinieri dopo il blitz e i sequestri dei 15 locali. Identici come nient’altro, oggi, ieri, per sempre, e domani, pilastri della filosofia della vita, cardini inalienabili della nostra vita, camere che si aprono su cortiletti dai venti intrecciati, destinate a restare per l’eternità, come il mestiere fottuto, vitale che animano, anche dopo la riqualificazione urbana, quando magari le abbatteranno.

Tutto è com’era, fratello. L’amore foss’anche venduto è quello che è. Benedetto il cielo che ci sia. Ringrazia Dio se c’è, accidenti. Tutto è uguale, fuori, dentro le inferriate, le porte blindate con ferro di risulta, la finestrella con scritto sopra «Celeste» in corsivo rosso, con quelle tende da dopoguerra a separare gli ansiti, con quei pavimenti grigi mangiati, con il condizionatore che s’è scassato, e con i culi e le gambe che sono giovani adesso. Non polverose sotto seni cascanti. Che s’allungano dai seggiolini, non più sulle poltrone marrone infiorate che vomitavano gommapiuma dagli squarci. E si chiamano Elizaveta, Irina, Gisela, Kubra, Lea, Aikane, dopo Anna, Giovanna la rossa, Paoletta, Enza che hanno lasciato il campo.

Ecco perché le casette delle prostitute del Lungomare davanti a Torre Quetta, che poi si diramano sul retro negli argini di una Pompei dell’orgasmo simulato, che s’infossano su terreni privi di rete fognaria, acqua, in certi casi di elettricità, e si segnalano alle auto di passaggio sulla strada con lapilli d’orgasmo gelato, sono la prova che il mondo cambia, incessantemente, e incessantemente resta sugli stessi binari.

E se tu cerchi la poesia, e io so che cerchi una poesia della vita, scoprirai che nell’immutabile degli stambugi del piacere fantastico le sorelle, le nostre sorelle mignotte sono cambiate. Non più rospi claudicanti sulla propria perdizione. Bensì padrone del mondo, ventenni gioiose come Aneta la bionda o Svetlana inchiostrata, talvolta fatte schiave dai pappa, su tacchi svettanti, rumene, bulgare, colombiane, brasiliane, dominicane, nigeriane di Benin City in minoranza, e difatti vedi ogni notte un negro, cioè un nero, gonfio muscolare con il berretto da baseball che, mentre i clienti parcheggiano nell’area del benzinaio, razzola all’ingresso dell’ala destra delle topaie, armeggiando con il cellulare.

Le veterane che vedevi, o le ragazze senza infamia espulse dai pancioni barivecchiani, le bruttine di Mola, Tonia, Giulia, Gianna e le altre dai nomi che ti pare sono adesso le proprietarie che hanno le stangone dell’Est come affittuarie dietro contratto regolare, visto che l’immigrazione si mangia l’Italia. Così che si dipinge davanti ai tuoi occhi un affresco macerato come quello che conservi in memoria, ma abitato da femmine extraterrestri. Più belle, molto, delle esiliate dal Tempo che ne ha fatto ammassi invendibili di fibre muscolari e d’ossa in osteoporosi.

Guardale. Una ha il vestitino nero, probabilmente acquistato dai cinesi. Mica brutto. Una è in lamé verde; non sta bene il biondo ossigenato sul mulatto. Sono trucchi, illusioni stranieri della Legge Merlin, anno 1958, perché siamo ancora lì mentre le Ore, divinità romane, se ne vanno. Sono distorsioni ottiche di questa Lina Merlin qua, visto che hanno fatto senatori anche le imbecilli come lei. E continuano, con il ricarico dell’immensa ipocrisia umana: ché non lo sappiamo che anche i politici di sinistra stimano le troie e sono i primi clienti delle trans? Che non vediamo i preti stessi o i credenti cristiani?, seconda comunità avversaria del sesso venduto e comprato? E non vedi te stesso, sì, proprio tu, lì a guardare le casette a luce rossa del Lungomare, affinché tutto cambi, amore di ragazze, perché resti uguale.

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