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Quadretti selvaggi

Vita nuova per il principe liuto
note di un nuovo Rinascimento

Vita nuova per il principe liuto  note di un nuovo Rinascimento

di ALBERTO SELVAGGI

Il liuto è uno strumento di introspezione e di contemplazione. Nel suo guscio raccoglie la natura intima delle cose e le fa lievitare mostrando ciò che altrimenti rimarrebbe ignoto. È nato per gli spazi ristretti, giardini entro i quali l’universo concentra i suoi elementi, per quanto i virtuosi in passato si siano sfidati in duelli improvvisativi negli anfiteatri, tra i quali Francesco Da Milano «il divino».

Il liuto ha per bocca un rosone di chiesa, un ventre di doghe senza frutto, corde originariamente in budello, una voce flebile cavata dal nitore. È la quintessenza del Rinascimento, anche nel piano esoterico. Possiede natura speculativa in fragile struttura, tanto che s’è ridotto in cenere nel tempo, lasciandoci pochi cadaveri, tra i quali uno cesellato in oro. E a Bari, che fu un centro avanzato musicalmente, Bari che pure non fu Venezia, dove c’era «un liuto in ogni casa», dove nacque il libro d’intavolature (spartiti) infiorate di meraviglie miniaturistiche, è ricomparso dopo secoli. Visto che qualche sopravvissuto, sottoposto ai consueti mutamenti di liuteria, o i modelli seguenti, arciliuti, tiorbe gigantesche con corde a bordone, risuonavano ancora dopo l’età barocca sotto Niccolò Piccinni.

Lo portò, forse in braccio come un bambino, Dinko Fabris, musicologo, liutista e docente nei conservatori, nel 1978. E ricevé in Vallisa, appena aperta ai concerti, ancora chiesa, il battesimo: con Antonio Florio alla viola da gamba, fondatore della celeberrima Cappella della Pietà dei Turchini (oggi Cappella Neapolitana), anche lui barese. Così, nel Conservatorio diretto allora da Marco Renzi, nel ’93 nacque il primo Dipartimento di Musica antica in Italia, con cattedre di liuto, flauto dolce, viola da gamba, clavicembalo e mandolino barocco. E grandi maestri, amici, padri dello strumento piovvero come mele di Newton sul capoluogo pugliese. L’americano Terrell Stone, occhialuto che oggi insegna a Vicenza. Franco Pavan, milanese, lunga figura in nero donchisciottesca, amabile artista di pregio. E l’attuale titolare Diego Cantalupi, altro allievo di Paul Beier, che nel febbraio 2015 ha presentato in concerto tre nuovi esemplari acquistati dal Conservatorio per repertori specifici: un liuto alla francese a 13 ordini o cori (corde doppie con cantino singola), tiorba, chitarra barocca.

Il Festival di musica antica del Mediterraneo, Mousiké, dal ’95 ha sostenuto la causa del liuto con il Centro studi. La mostra in Fiera nel 2010. Master e concerti di giganti quali Hopkinson Smith, tra i padri della musica antica, il rinnovatore Rolf Lislevand, pionieri quali Paul O’Dette.

Suonato da tutti i sovrani europei, dai papi, maestri al seguito (Francesco Petrarca se lo portò sottoterra), dipinto dai massimi artisti, citato da Hobbes (Leviatano) a Shakespeare, diffuso quanto il pianoforte nell’Ottocento o oggi le chitarre acustica e elettrica, il liuto si è diffuso così, lentamente, anche a Bari nelle case di eletti: richiede cultura musicale e inclinazione specifica. S’è posato su divani in stato di quiete, in custodie fatte a mano, perfino nell’abitacolo di un camionista che lo porta appresso. E ha incominciato a passarsi voce di resurrezione, di strada in strada, da quartiere a quartiere, dato che gli strumenti risuonando comunicano, si confessano, negano, pregano, anche quando li riteniamo zittiti per sempre.

La rubrica «Quadretti Selvaggi» va in ferie. Ci rivediamo dopo l’estate.

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