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Zurlì eri il mito per noi baby-felici

il mago zurlì

di ALBERTO SELVAGGI

È morta una fiaba. Si chiamava Cino Tortorella, ma prima di tutto Mago Zurlì, dato che Cino lo chiamavano, a stento, gli amici e i parenti presso cui nacque 89 anni or sono. 
Portava calzamaglia, scarpe aguzze, un gonfior di corolla attorno ai fianchi da Principe Azzurro, il mantello disneyano che proiettava spazi fertili bicolore, di cielo e di nubi, sui quali far germogliare i sogni, quando esistevano i sogni, e sulla gorgiera quel sorriso vagamente ironico che seduceva sguardi puerili e di adulti che tornavano a ritroso nel tempo con gioia.

Dal 1959 era il dio della felicità televisiva, del brio canterino dello Zecchino d’Oro, onorato dalla vestale del Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna, Mariele Ventre, straordinaria figura, tra frusciare di sai e scalpicciare di sandali dei frati legati all’istituzione.
Una bomba, sì, per gli orecchi e nei cuori. Un papà Tortorella battezzato dalla Rai in un baluginare di pulviscoli argentei per accompagnare i bambini sull’altra sponda degli adulti fottuti, che sorridevano meno ma sorridevano ancora.
Dio, peccato che sei morto, Mago Zurlì, campato sull’etere fino al 2008 quando da oltre due decenni erano scomparse l’arte, l’autorialità, e imperava già il dogma del: tutto deve somigliare a tutto, in modo che il tutto ovunque sia ugualmente incolore.
E così se ne è andato anche il Mago che nella vecchia sede della «Gazzetta» (palazzo di viale Scipione l’Africano) fu per alcuni anni direttore artistico della fu nostra Antenna Sud. Quello di Topo Gigio, quello dei «44 gatti in fila per tre col resto di due...» (tremo al pensiero di ricordarla ancora). L’uomo nato a Ventimiglia per fare intonare Popoff, Le tagliatelle di nonna Pina, Il coccodrillo come fa?, sintesi straordinarie di un costume condiviso e che oggi non avrebbe una sola ragione per esistere ancora.

Che tempi, ragazzi. Che geni affollavano gli studi tv che hanno fatto gli italiani quanto i Beatles - e non certamente i filosofi - hanno fatto il mondo. Andavi in mensa Rai e urtavi contro la barba compressa di Umberto Eco, che imbalsamò con il suo ingegno di dotto saputo quel gran filone e maestro di spettacolo di Cino nelle vesti che lo consegnano a noi. Giravi l’angolo e ti buscavi Piero Angela, altro gigante e gran signore della Madonna, che prendeva appunti su scansione mnemonica. Accendevi Sanremo e non ti buscavi i cessi promossi dall'industria di oggi ma prodigi che in quanto tali facevano industria. Cosucce quali Gianni Morandi «fatti mandare dalla mamma...» (Santo Cielo, ero in fasce, se pure, e ce l’ho inchiodata nella zucca), Claudio Villa burino impagabile spettacoloso, Gino Paoli, Luigi Tenco (bum!, colpo di pistola: morte), Domenico Modugno, ehi!, non cambiare canale sul Secondo Programma che ci sono Mina e Battisti che si sfottono in musica. Canzoni che hanno creato veramente memoria. E risuonano, ancora.

Ed eccoti qua adesso, con quel velo di imperfezione irridente nello sguardo, Mago Zurlì, bianco di pioppo nella cassa da morto. Puah!, la vita. Puah: fa così con tutti. Anche con l'ideatore di Chissà chi lo sa, ennesimo portento della programmazione, Febo Conti conduce, di Bravo bravissimo, con Mahatma Mike Bongiorno. Destino suo, di tutti, e di tutto.
Finché la realtà non ha fatto irruzione, la fiaba di Zurlì il Mago ci è andata giù dolce come un fiume di nocciola. Poi Cino Tortolella, tirchio alquanto secondo alcuni, in privato poco amante dei bimbi che spupazzava in tv, nel 2007 venne chiamato a deporre come testimone su un sospettato per gli abusi sessuali presunti nella scuola materna di Rignano Flaminio, già collaboratore dello Zecchino d’Oro. Venne sbattuto fuori dalla sua trasmissione: causa feroce con il direttore dell’Antoniano, che «di religioso ha l’abito, forse». Via Topo Gigio, padre Berardo, «tutto quel che frate Alessandro Caspoli considerava vecchiume».
Disprezzo, noia manifestata da Tortorella per una televisione «ormai priva di idee, anima, e di espressione». Ischemia nel 2009: negli occhi la chiarità eterna che schiude il vagito di morte. «Vidi davanti a me un sentiero luminoso percorso da una dolcissima serenità profonda, una luce liquida non di questo mondo». Ed è lì, Mago Zurlì dei nostri sogni, che cammina ancora.

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