Sabato 07 Marzo 2026 | 19:05

Alla Compagnia dei carabinieri di Modugno per la prima volta arriva una donna al comando

Alla Compagnia dei carabinieri di Modugno per la prima volta arriva una donna al comando

Alla Compagnia dei carabinieri di Modugno per la prima volta arriva una donna al comando

 
DONATELLA LOPEZ

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DONATELLA LOPEZ

Alla Compagnia dei carabinieri di Modugno per la prima volta arriva una donna al comando

La storia di Giovanna Bosso, protagonista dei dieci arresti eseguiti a Bitonto

Sabato 07 Marzo 2026, 15:04

«Mamma, sono orgogliosa di te». Così si può forse riassumere la storia del maggiore dei Carabinieri Giovanna Bosso, prima donna al comando di una Compagnia dell’Arma tra Bari e provincia, finita solo due giorni fa al centro della cronaca per dieci arresti eseguiti a Bitonto. Un incarico di grande responsabilità, conquistato senza rinunciare al ruolo di moglie e di madre. Alla vigilia della Giornata internazionale della donna, la sua storia diventa anche il simbolo di un percorso di parità partito da decenni e ora sempre più concreto all’interno dell’Arma dei Carabinieri: una realtà in cui il valore di un comandante non si misura dal genere, ma dalle responsabilità che è chiamato ad assumersi e dall’impegno con cui serve lo Stato.

Come riesce a conciliare questi mondi?

«Non è sempre semplice, perché la nostra professione richiede grande disponibilità e spesso comporta orari impegnativi, responsabilità e imprevisti. Tuttavia, la famiglia rappresenta un punto di equilibrio fondamentale. In tal senso, ho la fortuna di avere accanto una persona che comprende profondamente il significato del mio lavoro: anche mio marito svolge lo stesso servizio e conosce bene i ritmi e i sacrifici che la professione comporta. Questo ci permette di sostenerci a vicenda e di affrontare insieme le difficoltà che inevitabilmente possono presentarsi. Cerchiamo sempre di organizzare il nostro tempo nel modo migliore possibile per essere presenti nella vita dei nostri figli, anche se a volte il lavoro ci costringe ad assenze che non sono facili da spiegare».

Che rapporto ha con le sue figlie?

«Vorrei citare un recentissimo episodio che mi ha colpito molto: sono stata impegnata per diversi giorni in un’importante operazione di servizio e sono rimasta lontana da casa più del solito. In quel frangente mia figlia più grande mi ha vista soltanto in televisione, durante alcune interviste legate all’attività svolta. Quando finalmente sono rientrata a casa e sono andata a darle la buonanotte, mi ha guardata e mi ha detto: “Mamma, sono orgogliosa di te. Anche io da grande vorrò essere come te. Non fare il tuo stesso lavoro, ma essere come te”. In quel momento il peso di tutti i sacrifici, così come quella sensazione di non dedicare mai abbastanza tempo alla famiglia, si è alleggerita. Capisci che, anche attraverso le difficoltà e le rinunce, stai comunque trasmettendo qualcosa di importante. Alle figlie si insegnano tante cose con le parole, ma spesso è l’esempio quotidiano a lasciare il segno più profondo».

Essendo spesso in prima linea, la sua famiglia ha paura?

«Sì, non lo dicono espressamente, ma ogni volta che esco a casa, dal loro sguardo percepisco un senso di preoccupazione. La cosa che mi dicono molto spesso, durante i saluti, è: “Occhi aperti”. E le mie figlie aggiungono: “Dovresti essere preoccupata tu per noi, non il contrario”. Poi vedono l’impegno quotidiano, il telefono che squilla di continuo e sono felice di dare loro un esempio concreto. L’Arma ha sempre fatto parte della mia vita. Sono cresciuta in una famiglia in cui questa divisa rappresentava molto più di una professione: era un simbolo di valori profondi, di disciplina, di rispetto delle istituzioni e di servizio alla comunità. Mio padre ha servito nell’Arma e anche diversi miei zii hanno indossato la stessa uniforme. E fin da bambina ho respirato quell’atmosfera fatta di senso dello Stato, responsabilità e dedizione al lavoro. Al punto che oggi mi sento appagata e non c’è altro che io possa desiderare, oltre alla realizzazione delle mie due figlie e la possibilità di continuare a servire il Paese».

Lei guida la Compagnia di Modugno per la prima volta è un ruolo ricoperto da una donna.Come si sente?
«Rappresenta una responsabilità molto importante. Significa coordinare l’attività di uomini e donne che ogni giorno operano sul territorio per garantire sicurezza e legalità. Il comandante deve saper organizzare il lavoro, prendere decisioni, anche in situazioni complesse, e assicurare che ogni intervento venga svolto con professionalità e attenzione. Ma significa anche essere un punto di riferimento per il proprio personale. Dietro ogni uniforme ci sono persone, famiglie, sacrifici. Guidare una Compagnia vuol dire quindi non solo dirigere l’attività operativa, ma anche saper ascoltare, sostenere e valorizzare i propri collaboratori. Allo stesso tempo il comandante rappresenta un interlocutore per il territorio, per le istituzioni locali e per i cittadini. Il dialogo e la collaborazione sono elementi fondamentali per svolgere al meglio il nostro lavoro».

I carabinieri rappresentano spesso il primo punto di riferimento per le vittime di violenza di genere. Qual è il messaggio che sente di lanciare alle donne che hanno paura di denunciare?

«Non sono sole. Spesso chi subisce violenza vive una condizione di isolamento e paura che rende difficile fare il primo passo. Denunciare non è facile, ma rappresenta l’inizio di un percorso di tutela e di protezione. Siamo formati per accogliere queste situazioni con professionalità e sensibilità, garantendo ascolto e supporto alle vittime e il nostro lavoro si svolge in stretta collaborazione con la magistratura, con i servizi sociali e con i centri antiviolenza, perché la tutela delle persone più vulnerabili richiede un’azione coordinata. È fondamentale che chi vive una situazione di violenza sappia che lo Stato è presente e pronto a intervenire».

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