Lunedì 17 Giugno 2019 | 07:26

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Addio Leone di Lernia
«Il mio tormento
per un'intervista»

Leone di Lernia

di ALBERTO SELVAGGI

Il mio rapporto con Leone Di Lernia, al pari di tutti gli altri a pensarci, fu veramente particolare. «Liòne» (io lo chiamavo così in ode alla sua animalità popolana) mi fulminò nei Settanta quando ero un misto tra un bambino e un ragazzo, non appena lo vidi dimenarsi sulla leggendaria tivù locale Telebari in «Gaccia ad’avè» (cover pugliastra di «I’gotcha» di Joe Tex), con abominoso cinturone su trippa presleyana (alla Elvis).
Così quando attorno al Duemila incominciai a firmare sulla «Gazzetta» la serie «L’intervista della domenica», paginate intere dedicate ai pugliesi famosi, scatenando un pandemonio a settimana, il mio eroe spiccava tra i primi nel listone. Spinsi facilmente il Lione, ingenuotto, oltre il limite che già frequentava di suo. Finché, dopo aver dato della «puttanazz’» – per scherzo, ovvio - alla buona moglie, espettorò un risolutivo: «Perché tutte le femmine di Trani sono zoccole». Frase che, ligio, riportai sul giornale punto per punto.

Fu la fine. Per Di Lernia, e per me un poco pure. Le donne di Trani, sobillate da post-femministe facinorose, marciarono alla volta del Comune chiedendo la testa del cantore di tutte le cozzalitudini. Causa effetto a catena, al Leone venne stracciato il contratto del concertone che doveva tenere nella città natìa a suggello del gran ritorno. Alcuni savonaroliani affissero manifestini quali «Di Lernia vattene da Trani» e «Leone vergogna», tanto che la madre del reo, malvista per induzione, tappata in casa fu colta da malore. E da allora il tapino indirizzò la frusta sull’artefice delle afflizioni: io.

Dopo trattativa mediata da colleghi per farmi smentire ciò che avevo e ho ancora inciso su supporto, prese a chiamarmi quasi ogni giorno, tra il serio e il faceto, per due mesi, minacciando di mandarmi «in rovina, mulacchione!, visto che hai fatto pigliare l’infarto pure a mamma!», sproloquiando, modulando frasette seducenti o finto-ricchioniche, e cabrando alfine ogni volta nell’invettiva con urlo: «Albertino… Come sei carino con quel bell’occhiolino… Ma che bel visino: sei il mio ciccino..? Eh? Albertino… Mavaff… Kittemm’… La puttan’ d’ màmt’… Keddafess… Ricchionazz’ d’ mmerd…!». Eccetera eccetera.
Né lui né io sapevamo dove finisse il gioco e incominciasse lo sfogo. Lione ci aveva preso tanto gusto che ormai mi chiamava imprecando e cantandomi hit napoletane con gloglottanti gorgheggi («Te si’ fatta ‘na vesta scullàaata..!»), senza soluzione. Per me la consuetudine, quasi intesa reciproca, aveva assunto l’ovvietà del sole: «Uè, ciao Leone, beh, di’…». Più volte ho lasciato il telefono affinché parlasse con sé, da solo, o l’ho passato mentre ero alla guida ad amici e amiche: «Cavolo, ma è veramente Di Lernia! È pazzo..! Vendiamo le registrazioni?».
Ci fu una coda un anno dopo, quando mia sorella, incauta, gli si presentò a una grande fiera a Milano: «Ah… Sei parente di quel pieno di corna?! Ah, brava… Ma vaff..! Selvaggi di ‘stu c..!». Finché Lione svanì dalla mia vita, senza motivo, come adesso per sempre.

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