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quadretti selvaggi

Noi figli del cinema
chiamato Marilòn

sede ex cinema porno marilon

di ALBERTO SELVAGGI

Soltanto da alcuni anni i grandi studiosi, soprattutto nelle università americane, hanno compreso e analizzano l’impatto enorme del porno sulla vita quotidiana: altro che letteratura, altro che psicologia, scienza e filosofia. Ma noi, fratelli, in nome di Le Ore, Supersex, Jacula, Caballero, Cicciolina, sappiamo di essere figli del Marilòn (Màrilon) da sempre.
Il primo e più famoso cinema a luci rosse della storia cittadina, all’alba dei Novanta passato a altra vita, non nacque né fu per la maggioranza della sua esistenza ciò che lo ha eternato come tempio d’idoli. Ecco la sua storia, come nessuno ve l’ha raccontata.
Il 6 giugno 1953 la signora Maria Scannicchio, moglie di Luigi Lonigro, titolare di un oleificio e di un saponificio nella zona industriale, tagliò il nastro del Marilon (Mari-a Lon-igro), su via Trani (oggi via Carafa 61/B), vicino al Policlinico, rione Picone in piena espansione con i suoi 12.000 abitanti. Sindaco, ressa elegante attorno a una straordinaria pioniera della cinematografia dell’età aurea, titolare anche del Supercinema e dell’Arena Giardino. Un locale dall’acustica bilanciata, battezzato con «Da quando sei mia», protagonista Mario Lanza, progettato da Felice Battisti Laforgia con le migliori maestranze. Senza dimenticare il balconcino-palco che dall’attigua abitazione dei proprietari, sul tetto mobile lamellare di 120 metri quadrati, si protendeva direttamente in sala sui crani degli 800 seduti, e spesso 1100 paganti invasati.

Lady Maria, la cui bandiera sventola ancora oggi tra le mani dei nipoti Patrizia, ad della Class Cinematografica di Bari, e Luigi Lonigro, direttore generale della 01 Distribution di Rai Cinema, soci del Galleria, sfornò programmazioni con la sua Internazional Film di via Melo 173. Finché, nel 1973, cedé i 3000 metri quadrati del Marilon, con le sue fioriere stilizzate, i lampadari d’arte di Michele Cimarrusti, le poltrone «Doro», l’ampia cabina con macchina Prevost.
I Pellegrino e i Pinto (niente a che fare con Bartolomeo e Ferdinando), società Ariston, seguirono la rotta dell’ex proprietaria. Dopo i film cinesi d’arti marziali, prima della commedia sexy e dei western in caduta libera, fecero conoscere a Bari Wenders, Fassbinder (Il matrimonio di Maria Braun), Herzog. Ma l’avanzata delle tivù private «iniziò a scavare la fossa ai cinema», ricorda Pasquale Pellegrino, con Salvatore una delle anime del Marilon nei Settanta e Ottanta, oggi factotum al Coviello di Bitonto.

E così nel ’79 il Marilon, cinema di quarta e quinta visione come l’Adriatico (Ambasciatori) e il Lucciola (Royal), non di terza come Armenise e Supercinema, né di seconda come Odeon e Nuovo Palazzo, non di prima come Impero, Galleria, Petruzzelli, Oriente e Kursaal Santalucia, divenne il «Marilòn» o «lu Marilone» che conosciamo: rimasto in mano ai soli Pellegrino.
Insegna giallo rossa che occhieggia ancora oggi fra i brandelli sull’ingresso, portone in anticorodal bronzato con la grande M, montato nel 1975 e rimosso – sacrilegio - un mese fa, poltrone imbottite verdi (ridotte a 550) al posto delle più smilze in legno, talvolta con macchie aggrumate che non erano ricami di sartine di Santeramo, pareti tinto tek, cessi piastrellati d’osceno, il «Grugnitore» in fondo sala, lardoso dal pelame di bestia che emetteva versi, baveri alzati vergognevoli, 15enni arrapati brutto con belle barbe finte, il vecchio Paolo alla biglietteria, Pietro la maschera: «Fai vedere la carta di identità, li tieni 18 anni?», e poco dopo dall’ultima fila, «ou uagnùn, ci iè che teneva probbléimi di identità?!». La LP e Pellegrino Cinematografica, negli spettacoli dalle 15 alle 23, fecero grondare lo schermo di dive svedesi, puttanone francesi, Marina Frajese, Moana bella di giorno, cioè la Pozzi prima dei ritocchi estetici, annunciata da manifestini presi a prestito dalla rivista porno Le Ore, fino a Ramba sfida la bestia, anno di grazia ‘87. Non un cinema hard: mitologia. I ricchi, i poveri, soldataglia e illustri medici, «uè, pure tu qui?», «mudù, sta l’amico di mio padre», «ou silenzio che la signorina sta parlando al microfono!». Ciò che abbiamo visto, ciò che abbiamo sognato, fratelli, ciò che ci ha accecato. Ciò che ci ha fatti ieri, oggi, domani, figli del Marilòn.

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