Martedì 23 Ottobre 2018 | 15:25

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Quando Paolo ed io
parlavamo
di «membri» (e di politica)

Paolo villaggio

di ALBERTO SELVAGGI

Fondamentalmente, parlammo di membri. Io e Paolo, Paolo Villaggio, intendo. Dacché sfoderai, nel nostro primo colloquio-intervista, non senza maieutica del maestro, la domanda che più mi premeva: «Ella, tra gli intimi, si vanta di possedere un membro spropositato: nevvero?», con questi termini, poiché così l’estro mi sorrideva. E il gigante malmesso della comicità italiana rispose prontamente: «Certamente. Sono provvisto di una virilità di dimensioni gigantesche, direi mostruose, ed è un’altra delle ragioni per le quali mi aggiro per il mondo dello spettacolo seminando terrore, nonché orrore. Sono praticamente una specie di bestia». E di là venne il resto.

Allora mi si incuneò nel cervello lo membro, in tutte le sue deplorevoli espressività. Questa triade posticcia, talvolta molesta, che Dio ha dato ai maschi: dimmi, Dio, perché? A che serve? E incominciai a carezzare l’idea di un’operetta penica, mai realizzata perché costa fatica e perché sudare non val la pena per l’arte marginale e inutile delle lettere.

Perciò ancor di più, come tanti di noi, come tutti voi, credo, piango la morte di Paolo Villaggio. Alcuni miei amici tossici, oltretutto, avevano condiviso il tetto con il figlio, che si faceva. E ciò, unitamente al suo stato di sofferenza, di inadeguatezza al ruolo paterno, me lo faceva sentire vicino. Anche se come persona non mi piaceva.

Paolo Villaggio apparteneva a un mondo che è andato estinguendosi. E che oggi ricordiamo appena. Era figlio dell’autorialità, di una cosa che potremmo chiamare «arte», se la parola oggi avesse ancora una ragione e un senso. Amico fraterno di Fabrizio de Andrè, e in alcune canzoni coautore del conterraneo genio, piombò sull’Italia con una dirompenza fondata sull’inedito, sull’unicità, invece che sull’ibrido banalizzante destinato ad andarsene senza lasciare memoria com’è regola adesso. Tutti allora erano marchi di fabbrica, fortemente caratterizzati, del resto. La voce di Mina, il gorgheggio Vanoni, il Molleggiato, il suono Santana, Fellini, lo splendore della prosa di Montanelli, Arbore e Boncompagni, perfino le starlet mezzo peso. E l’assalto eversivo alla società di questo artista che si definiva «tirchio peggio di voi baresi», fu linguistico prima ancora che da grande schermo.

Villaggio ha scritto, aggrumando le serie sull’Europeo, un capolavoro della letteratura umoristica, travolgente di fisicità visiva: Fantozzi, ’71, Rizzoli. Che, con il suo seguito, Il secondo tragico libro di Fantozzi (’74), contaminò per sempre il sermo vulgaris dell’uomo nobile, del basso e del medio. Un periodare iperbolico, spinto all’estasi del parossismo. Poltrona di pelle umana, venghi, tiri, mostruosa, tragica, allucinazione mistica, direttore megagalattico invasero il lessico e infine i vocabolari Treccani e Zingarelli. Invigoriti dalla mimica di sottomissione plastica all’industria celebrata nei film. Salivazione azzerata, la Corazzata Kotionkin è una cagata pazzesca hanno fatto gli italiani più delle masturbazioni dell’arida, miope, classista, tutto sommato stupida intellettualità di sinistra, rimarcando la differenza fra chi ha semplicemente studiato e chi vive. Ci ha pensato il fu comunista, demoproletario, poi radicale, e quindi grillino Villaggio a lanciare granate invocando una giustizia impossibile. E se, nonostante il passaggio ai ruoli d’essai, il Leone d’oro e i David di cui si gloriò anche con me, la sua impronta resta unicamente, grandiosamente fantozziana, beh, meglio una risata che il niente di quelli.

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