Venerdì 20 Febbraio 2026 | 21:31

Fermiamo la miopia imprenditoriale che fa fuggire i giovani

Fermiamo la miopia imprenditoriale che fa fuggire i giovani

Fermiamo la miopia imprenditoriale che fa fuggire i giovani

 
Sergio Fontana

Reporter:

Sergio Fontana

Fermiamo la miopia imprenditoriale che fa fuggire i giovani

Il paradosso pugliese è atroce. La regione investe risorse pubbliche e le famiglie sacrificano risparmi per garantire ai figli un’istruzione di alto livello. Ma la formazione, in pratica, è una «voce di costo» e non riesce a essere vista come valore

Venerdì 20 Febbraio 2026, 11:20

Di fronte ai dati Svimez, non possiamo più parlare di «scelta» dei giovani: siamo davanti a un’espropriazione di capitale umano causata da un mercato del lavoro fermo al secolo scorso. I numeri dell'ultimo rapporto Svimez sulla Puglia non descrivono solo un fenomeno demografico, ma un vero e proprio fallimento di mercato. Se quasi un laureato pugliese su quattro lavora fuori regione a tre anni dal titolo, e se i flussi in uscita verso il Centro-Nord continuano a gonfiarsi, la causa non è una generica «voglia di avventura». La causa ha un nome preciso: miopia imprenditoriale.

Il paradosso pugliese è atroce. La regione investe risorse pubbliche e le famiglie sacrificano risparmi per garantire ai figli un’istruzione di alto livello. Ma la formazione, in pratica, è una «voce di costo» e non riesce a essere vista come valore. Una volta entrati nel mercato, questi giovani si scontrano con un tessuto imprenditoriale che fatica a riconoscere la specializzazione e il merito. In molti settori, la laurea viene ancora percepita come un «accessorio» anziché come il motore dell'innovazione. Se un ingegnere o un esperto di economia riceve offerte che ignorano anni di studio, il messaggio è chiaro: «Qui la tua competenza non serve».

In secondo luogo, veniamo al dumping salariale interno. I dati parlano chiaro: un premio salariale che al Nord può arrivare a 600-650 euro netti in più al mese non è solo una differenza di costo della vita. È la distanza tra l'autonomia e la dipendenza dalla famiglia. In Puglia, le retribuzioni restano compresse in un segmento medio-basso che non permette ai giovani di pianificare un futuro. Quando gli imprenditori lamentano la «fuga dei cervelli» ma offrono contratti al ribasso o ruoli sotto-qualificati, stanno, di fatto, firmando il decreto di spopolamento della propria terra.

A ciò si aggiunga un dato: il tessuto produttivo del Mezzogiorno continua a scontrarsi con il fenomeno del cosiddetto nanismo aziendale. Se da un lato la piccola impresa a conduzione familiare rappresenta il cuore pulsante della nostra tradizione e una riserva di resilienza che va preservata e rispettata, dall'altro non possiamo ignorare come questa dimensione diventi spesso un soffitto di cristallo. Per competere nei mercati globali e generare valore, la legittima sopravvivenza della ditta individuale non basta più: occorre il coraggio del salto dimensionale. Questo passaggio può realizzarsi soprattutto attraverso un investimento strutturale nel capitale umano. Crescere significa aprirsi a competenze esterne, managerializzare i processi e, in ultima analisi, assumere. Assumere persone competenti pagandole il giusto. Solo trasformando l'impresa da «affare di famiglia» a «progetto di sviluppo» si può creare quel dinamismo necessario a frenare l'«erosione economica del territorio», ma siamo ancora lontani da qui.

Sta di fatto che lo scenario Svimez al 2050 è una sentenza: una riduzione del 31,8% della popolazione in età lavorativa. Questo non è solo un problema di «culle vuote», ma di desertificazione produttiva. Senza giovani qualificati, le imprese rimaste non avranno nessuno da assumere per la transizione green e digitale. La Puglia rischia di trasformarsi in un ospizio a cielo aperto, un «serbatoio» che pompa sangue verso il motore del Nord, restando essa stessa anemica.

Non si tratta di colpevolizzare chi sceglie di partire: la libertà di muoversi, di formarsi altrove e di confrontarsi con contesti internazionali è un diritto inalienabile e una risorsa per l'individuo. Il punto è la natura del distacco. Il dramma del Sud non risiede nella mobilità in sé, ma nel fatto che essa sia spesso l’unica strada percorribile. La sfida delle istituzioni e del sistema Paese è trasformare la fuga in un’opzione: affinché andarsene sia una scelta consapevole e non una necessità subita. Dobbiamo costruire le condizioni per cui restare o tornare non siano atti di eroismo, ma alternative professionali ed esistenziali altrettanto valide e competitive. E dobbiamo farlo investendo su tre pilastri: «restanza», «tornanza» e attraenza.

La «restanza», neologismo che prendo in prestito da Vito Teti, significa «sentirsi ancorati e spaesati in un luogo da proteggere e, nel contempo, da rigenerare». Se ci pensiamo, è un atto di resistenza civile. Restare in Puglia oggi non deve essere l'ultima spiaggia di chi non ha trovato altro, ma una scelta consapevole. Il «diritto di restare» parte dalla busta paga. Le misure, i bonus o gli incentivi alle start-up, pur utili, riconoscono il problema ma non lo risolvono. Serve uno shock culturale nella classe dirigente locale. Se non si inverte la rotta sulla qualità del lavoro e sul riconoscimento economico del merito, la Puglia continuerà a essere un’eccellente «scuola di formazione» per la Lombardia o l'Emilia-Romagna. Praticare la Restanza significa potenziare il diritto allo studio locale e, soprattutto, garantire che a una laurea magistrale in Puglia corrisponda una retribuzione dignitosa. Un giovane che «resta» è un cittadino che consuma, investe e crea comunità qui. Trattenere i giovani non è un atto di carità: è l'unico investimento che può evitare il fallimento del sistema Puglia. Perché una regione che esporta la sua intelligenza è una regione che ha smesso di scommettere su se stessa.

La «tornanza» è il rientro dei capitali umani teorizzato da Antonio Prota e Flavio Albano: il movimento di chi, dopo essersi specializzato altrove o all'estero, decide di riportare il proprio know-how a casa, mettendo qui a frutto la propria conoscenza. I «tornanti» non tornano per nostalgia, come Odisseo a Itaca, ma se trovano un ecosistema pronto a valorizzarli. Se un ricercatore o un manager torna in Puglia e si vede offrire uno stipendio inferiore di 600 euro rispetto alla media nazionale (come rileva Svimez), la sua «tornanza» sarà solo una breve parentesi. Le imprese pugliesi devono imparare a pagare il «premio di rientro»: non si torna per fare volontariato, ma per produrre ricchezza.

L'attraenza, infine. La visione è diventare un polo, non solo un vivaio. Non basta più contare quanti giovani partono: dobbiamo chiederci perché la Puglia non possa essere un magnete. Questa è la sfida più difficile. Una regione sana non si limita a trattenere i propri figli, ma attira quelli degli altri. L'attraenza è, allora, la capacità di convincere un laureato veneto o un professionista straniero a stabilirsi tra Bari, Lecce o Taranto. L'attraenza non è il «brand Puglia» delle vacanze. È l'efficienza dei servizi, la qualità della sanità e la presenza di distretti innovativi (STEM e digitali). Se la Puglia diventasse un polo attrattivo, compenserebbe quel calo demografico del 31% previsto al 2050. Attrarre significa smettere di essere un «serbatoio» passivo e diventare una «centrale» attiva di innovazione.

Senza una classe imprenditoriale che capisca che il capitale umano va pagato, la ‘restanza’ diventa sacrificio, la ‘tornanza’ un'illusione e l'attraenza un miraggio. Lo spopolamento non è un destino cinico e baro, ma la conseguenza di una scelta: quella di continuare a competere sui bassi costi invece che sull'alta qualificazione. Ma, come cita un detto latino, Faber est suae quisque fortunae: ciascuno è artefice della sua «fortuna», intesa come destino. Io sono un inguaribile ottimista: se lo vogliamo, la rotta si può ancora invertire. Forza e coraggio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)