Giovedì 19 Febbraio 2026 | 16:24

Le cose non dette e la fatica di diventare grandi

Le cose non dette e la fatica di diventare grandi

Le cose non dette e la fatica di diventare grandi

 
Emanuela Megli

Reporter:

Emanuela Megli

Le cose non dette e la fatica di diventare grandi

C’è un territorio che nessuna cinematografia, come quella del film di Muccino, racconta davvero fino in fondo: quello delle persone rimaste incompiute

Giovedì 19 Febbraio 2026, 13:35

Ci sono le cose non dette e poi ci sono quelle dette, sviscerate, ascoltate, amate, comprese. Le complicità. I silenzi rotti dal perdono e dalla voglia di ricominciare. Le cose aggiustate, recuperate, nutrite, ricordate, dimenticate, riprese o lasciate andare.

Ma c’è un territorio che nessuna cinematografia – come quella del film di Muccino - racconta davvero fino in fondo: quello delle persone rimaste incompiute. Non semplicemente ferite, ma non cresciute. Forse non amate, forse mai accompagnate a riconoscersi. Persone che sfuggono a sé stesse, che mistificano e millantano la realtà perché abitano una scissione interiore: vivono più vite parallele e simultanee, senza avvertire il peso della contraddizione. E a loro va bene così.

Non provano rimorso, né colpa, né rimpianto. Spostano le responsabilità fuori da sé, negano, rimuovono. Restano eternamente altrove rispetto al punto in cui dovrebbero fermarsi a guardarsi. E nel farlo travolgono chi gravita attorno, in un tornado paludoso di non senso e di dolore.

Per quanto il cinema di Muccino sappia essere sensazionalistico e potente sul piano emotivo, resta spesso in superficie rispetto a questa gelida realtà: il tradimento non è solo l’atto, ma l’incapacità di assumersi la responsabilità di curare sé stessi. È l’assenza di una bussola interna capace di tollerare la frustrazione del desiderio, di nominare ciò che si sente e orientarlo verso il bene possibile.

Qui il parallelismo con il quinto canto dell’Inferno si fa più stringente e meno romantico. Paolo e Francesca non sono solo amanti sventurati travolti dal vento eterno. Sono, nella lettura dantesca, coloro che in vita si lasciarono travolgere dalla passione senza porre argine, senza esercitare discernimento. Il vento che li trascina è la rappresentazione plastica dell’incontinenza: così come furono in balìa dell’impulso, ora sono in balìa della bufera. Non c’è stabilità, non c’è centro. Non c’è scelta consapevole, ma abbandono alla spinta.

Eppure Dante, pur commuovendosi, non assolve. La pietas del poeta non cancella la responsabilità morale. Francesca racconta, giustifica, attribuisce all’amore la forza irresistibile del destino; ma il contrappasso ricorda che l’irrefrenabilità non è innocenza. È mancanza di governo di sé.

Allo stesso modo, oggi assistiamo a narrazioni che romanticizzano l’instabilità emotiva, che elevano il “sentire” a criterio assoluto. Ma la cultura dell’emozione fine a sé stessa, priva di direzione, scivola nell’anarchia e in un relativismo morale che confonde autenticità e impulsività. Ben altro è l’equilibrio interiore. Non moralismo di facciata, non perbenismo. Piuttosto congruenza tra ciò che si dice di essere e le scelte che si compiono.

Non basta dirsi le cose. Serve un’educazione fondata su un processo di crescita che conduca all’individuazione, alla formazione di un’identità solida. Servono adulti realizzati e centrati, con una bussola valoriale capace di indicare ciò che è bene che accada per essere felici e stare bene.

Essere credibili significa essere testimoni autentici, anche fragili, anche fallaci, ma incamminati. Significa accettare il limite e scegliere di non esserne dominati. Paolo e Francesca restano per sempre sospesi nel vento; la maturità, invece, è la fatica di piantare i piedi a terra, di assumersi il peso delle proprie scelte, di trasformare il desiderio in responsabilità.

È questa la differenza tra chi ama e chi si lascia semplicemente travolgere.

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