Bari vecchia, senza i turisti, è un posto muto. La pioggia benefica di questi mesi invernali esalta il silenzio del quartiere, isolato e deserto come un borgo spopolato dell’Appennino. Un silenzio profondo, cupo. Quella immagine che ci accompagna dall’infanzia, della Bari vecchia dei lavoratori, degli artigiani, dei commercianti, degli ambulanti, dei mercati, dei ragazzi di bottega che hanno fatto la fortuna dei grossisti di via Melo e via Argiro, la Bari vecchia normale, viva e perbene, invisibile da sempre agli occhi di chi la osservava e la osserva da distanza, con gli stereotipi, non c’è più: è sparita. Non ci sono più i «barivecchiani». Quei pochi che restano, come me, sono rinchiusi in qualche enclave, come testimoni in dissolvenza di un mondo ridotto a simulacro.
L’esodo forzato dei «barivecchiani», iniziato negli anni ‘60, negli ultimi decenni ha subìto un’accelerazione, in tre fasi: tra il 1999-2001, con il Piano Urban; dopo il 2017, con i grandi eventi (G7 economia/Coldiretti); dopo il 2022 (post Covid). Lo sguardo su Bari vecchia è sempre stato ambivalente. Sconosciuta perfino ai sindaci più acclamati prima della loro elezione, tanto disprezzata quanto desiderata, è stata puntata e presa d’assalto (e usata) dai lungimiranti padroni del mattone, pubblici e privati. Sulla distanza, il mattone ha vinto, celato dietro il paravento del turismo.
La “rinascita” di Bari vecchia come distretto del fast food, nel 2001, ha ceduto via via il passo alla scoperta di quello che è realmente: un luogo di storia e arte, forte anche della presenza di residenti storici. Ma all’apice del suo successo, della sua riconosciuta centralità e residua “autenticità”, Bari vecchia è scomparsa: ha fatto «pluf», come le orecchiette industriali. Non è solo un fatto esteriore, di luoghi di incontro diffusi, piazze libere per il gioco e per la conversazione, che non ci sono più. E non è un fatto di paradossi, di ultimi passaggi di un processo di sottrazione in via di compimento definitivo: di strade e vicoli pedonali che non sono pedonabili; di giardini sotto la muraglia punteggiati da avanzi di alberi, lapidi, come menhir; di pavimentazione dissestata, di chianche rotte eppur bisogna andare; del numero crescente di contenitori culturali solo belli da vedere; di un lungomare senza il mare, affogato dai mattoni (waterfront), ma green; di un molo vecchio senza marineria mercantile.
E non è nemmeno un fatto doloroso, dovuto alla perdita della memoria architettonica, stratificata nei secoli, sotto i colpi del risanamento fai da te; alla nuova prospettiva del paesaggio inaugurata dai cartelloni del “compro oro” che illuminano l’alba prima del sole; al dialetto lingua del cuore adattata a slang televisivo. Quel che manca è la Bari vecchia dei «barivecchiani» semplici, onesti, stretta tra speculazione e malavita, la Bari vecchia dei Petrone e dei Fazio - eravamo tutti Petrone e Fazio, l’eccezione erano quelli che stavano dall’altra parte. Identificare Bari vecchia con i nuclei malavitosi, blasonati, che hanno spadroneggiato qui, come in tutta la città, negli anni ’90 (“scippolandia”), era un’operazione – più o meno consapevole - funzionale agli interessi di chi non accettava l’idea che una zona centrale e di pregio della città fosse nelle mani dei pezzenti che lo abitavano. Non si è mai capito perché quello che è stato fatto dopo l’omicidio Fazio non sia stato fatto prima. E quali incroci di interessi, a partire dalla Bari da bere dei primi anni ’80, abbia trasformato una delinquenza d’appendice (il “furto con destrezza” dei topini o lo sbarco di sigarette di contrabbando sugli scogli della Basilica) in mafia imprenditrice, fino all’incendio del Petruzzelli e dell’omicidio Fazio. Prendersi Bari vecchia, ripulirla, trasformarla in Bari 2, era considerata quasi una missione da vincenziane, non l’obiettivo concreto di chi sapeva unire le dinamiche sociali con quelle urbanistiche (ancora oggi si parla di “rimpasto” della giunta solo quando si tocca il mattone). Eppure, non mi ricordo di essere andato all’asilo Diomede Fresa e alla scuola elementare Corridoni (anni ’60) e alla media Trieste (anni ’70) indossando il giubbotto antiproiettile: semmai, con un pezzo di focaccia del panificio Fiore in cartella. Se quella del passato era una “comunità illusoria”, ma con un’anima, che si legava a quei muri, a quelle pietre (“l’anima e le pietre”, scriveva F. Orlando), la convivenza senza comunicabilità tra «barivecchiani» e neo «barivecchiani» non è nemmeno una comunità. E se nel passato c’era il pericolo, ma si poteva intuire da dove sarebbe potuto arrivare e c’erano occhi di madri e di padri per strada a proteggerti, oggi il pericolo non è scomparso: è ignoto, imponderabile, maggiore. E per le strade non ci sono vicini e volti conosciuti che possano salvarti: forse solo qualche turista di passaggio, diretto verso un b&b.
















