Venerdì 20 Febbraio 2026 | 15:34

La piccola madre del bambino dal cuore gelido

La piccola madre del bambino dal cuore gelido

La piccola madre del bambino dal cuore gelido

 
ENRICA SIMONETTI

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ENRICA SIMONETTI

L'editoriale di Enrica Simonetti: «La piccola madre del bambino dal cuore gelido»

Il coraggio semplice e innato che caratterizza anche la donna minuscola di Napoli, la mamma del bambino dal cuore raggelato. Parla e cede il passo alla resa, quando le dicono che non c’è più nulla da fare. Nel cuore non molla. Ama

Venerdì 20 Febbraio 2026, 12:04

C’è una donna piccola, minuscola, di nome Patrizia, che appare quasi sovrastata dalle notizie della cronaca di questi giorni e dal dolore immenso per il suo bambino. C’è un bimbo piccolo, minuscolo, di nome Domenico, che è attaccato ad una macchina e attaccato alla speranza ormai svanita di un nuovo trapianto di cuore. Patrizia sembra una bambina a sua volta: combattiva, addolorata, poi rassegnata. Da 55 giorni tiene stretta la mano di suo figlio per tre ore al giorno e lui, lo sfortunato bimbo di Nola, resta lì, inconsapevole degli errori, dei consulti, dell’inchiesta e delle solite polemiche della nostra Italia fragile. Appare fragile per un attimo anche lei, la donnina dalla grande forza: giorni fa ha portato un peluche grandissimo in ospedale ed è apparsa ancora più piccola, ma pure ancora più determinata.

Quanti pensieri vengono in mente quando si va oltre le righe di un articolo o ci si sofferma al di là delle mille parole di un tg. Il coraggio, la speranza, la lotta fino all'ultimo, la perseveranza, gli appelli, le lacrime. E quante metafore in questa terribile vicenda: pensiamo a quel cuore gelido che non doveva essere trapiantato, a questa storia personale che diventa sociale e – speriamo – non politica. La famiglia umile del piccolo Domenico e la sua odissea, con la mamma arrivata a Nola dal Nord e il papà operaio; le visite dopo la diagnosi; le condizioni gravissime; l’attesa per un cuore nuovo. Che poi è arrivato ghiacciato, troppo ghiacciato, mostrando da una parte il gelo di un mondo che a volte per svariati problemi può compiere un errore e, dall’altra, il calore di un universo che vorrebbe aiutare una mamma minuta ma forte nella battaglia.

E in questi giorni di vittorie olimpiche, mentre vediamo campioni e campionesse avvicendarsi sul gelo delle nevi, abbiamo la stessa sensazione opposta: il ghiaccio e il calore. Le gare nella ghiacciaia delle piste e la commozione di una vittoria, con storie di rinascita, come quella della nostra Federica Brignone, capace di vincere dopo un terribile infortunio. E ancora mamme: campionesse che sul podio hanno il figlio piccolo accanto (pensate che qualcuno ha persino criticato questa scena, ma dove siamo finiti!); o atlete che raccontano di aver pensato alla maternità in ogni momento della sfida.

La campionessa americana Elana Meyers giorni fa ha dedicato la sua vittoria nel bob ai due figli, entrambi non udenti, uno persino con sindrome down e quelle parole sono sembrate così lontane dallo scintillìo degli onori. Perché anche qui le singole vite sono un piccolo mondo a parte e perché esiste ogni giorno un pullulare di storie umane da romanzo: serve raccontarle per non far trionfare i soliti polemisti di mestiere, quelli che stanno ad esempio facendo i conti su quanto valga uno sponsor, una medaglia d'oro (pare 180mila euro), calcolo che appare ancora una volta distante anni luce da ciò che queste vicende umane invece ispirano. Leggete le storie di questi campioni, fatele circolare, sono bellissime. Prendete un’atleta paralimpica come Anna Rossi, che descrivendo i suoi (pochi) limiti ha scardinato molti pregiudizi sulla disabilità, ricordando quel coraggio di Bebe Vio, campionessa di fioretto, senza braccia.

Queste non sono vittorie a metà ma vittorie totali di piccole-grandi persone che escono dall’immaginario «rose e fiori» di cui ci imbevono i social. Sono figure positive, che trasmettono voglia di lottare, come fece Cinisca da Sparta, la prima donna che vinse i Giochi olimpici antichi nella corsa dei carri: fu capace di aggirare il divieto di partecipazione femminile grazie alla sua ricchezza (da leggere un libro appena uscito da Laterza L’Atene dei diritti, di Mirko Canevaro). Dall’antica Grecia a oggi, quante campionesse, quanti tabù infranti. Nel 1936 a Berlino Ondina Valla fu la prima donna italiana a vincere una medaglia d'oro olimpica, trionfando negli 80 metri ostacoli, quando ancora il Belpaese s’interrogava sul ruolo femminile fuori e dentro la famiglia. Coraggio, resilienza, non solo muscoli.

Ed è questo coraggio semplice e innato che caratterizza anche la donna minuscola di Napoli, la mamma del bambino dal cuore raggelato: parla in tv e chiede di lasciare in pace il marito, che «non ha più forze». Parla e cede il passo alla resa, quando le dicono che non c’è più nulla da fare. Nel cuore non molla. Ama.

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