Famiglia nordica che ha scelto Bari per avviare una impresa culturale. «Quanta vivacità qui. Ah, sa, da noi invece sembra tutto saturo, benessere senza più spinta. E i nostri figli, tutti all’estero». Una emigrazione che in una ventina di anni ha portato fuori dalle regioni più ricche del Paese 385 mila giovani sotto i 35 anni, la metà laureati. Nel frattempo dal Sud in quelle regioni ne sono arrivati poco meno, compensando le loro perdite. Un Paese in cui dal Nord si va via all’estero, e dal Sud si va via al Nord. Insomma Paese in cui in molti non sono a loro agio. E se dal Sud si «fugge» al Nord alla caccia di un lavoro, o un lavoro meglio pagato, dal Nord si «fugge» all’estero per lo stesso motivo. Italia col più basso livello di stipendi in Europa. E Italia col più basso riconoscimento del merito.
Ne parla il rapporto Svimez 2025, presentato anche a Bari (e del quale ha autorevolmente scritto su questo giornale il prof. Ugo Patroni Griffi). Per chi bazzica di economia, si potrebbe dire nulla di nuovo sotto il sole. È la divisione internazionale del lavoro, per la quale il lavoro si muove verso i Paesi in cui ce ne è di più. E verso i Paesi in cui è pagato di più. Tutta la grande immigrazione si muove del resto in questa direzione, non per il gusto di affrontare viaggi a volte senza arrivo. E di affrontare ostilità che sono alla base di buona parte delle tensioni attuali nel mondo. Alla base della crisi delle democrazie. E alla base della crescita dei governi autoritari, quelli insomma che limitano le democrazie a volte fino a non vedersene più traccia. Come dice Trump: c’è in giro un’idea ormai superata della democrazia. Quale sia la sua, ce ne offre un campionario continuo.
Eppure in Italia si continua a parlare solo dell’emigrazione dal Sud. A cominciare da quella giovanile, cui ora si aggiunge anche quella dei genitori e dei nonni che vanno a raggiungere figli e nipoti. Un «trascinamento» per ricostituire altrove famiglie spiantate dalla loro terra. Nello stesso modo i ricongiungimenti sono il primo obiettivo degli immigrati da noi come altrove. E in gran parte a quei ricongiungimenti è legata quella integrazione che contribuisce a fare dei nuovi venuti una ricchezza più che un onere. Non è consolatorio per il Sud vedersi parte di un fenomeno mondiale. E di un fenomeno che risale alla storia più che alla cronaca. Ma se si è meridionali anzitutto nella testa, è meglio liberarsi dalla iniezione letale di chi li vuole far sentire unica carne in vendita di qua o di là. Anche se avvenuto.
La psicologia fa economia almeno quanto i numeri e i grafici. Non cambia di una virgola, ma perlomeno onora la verità sapere che l’emigrazione dal Sud risolve i problemi del Nord quanto quelli del Sud. Non c’è nessuna filantropia e tantomeno solidarietà nel lavoro che chi va al Nord «trova». Non lo «trova», altrimenti non si capisce perché non se lo prendano i locali piuttosto che aspettare la concorrenza di chi arriva. E invece lavoro che attende chi sale a prenderlo, senza toglierlo a nessuno, altrimenti non saprebbero come coprirlo. Perché una «spesa storica» con la quale lo Stato ha sempre privilegiato quella parte d’Italia, ne ha fatto il centro della produzione a danno altrui. Ma la concentrazione della produzione fa mancare uno dei fattori della produzione: il lavoro. La cui insufficienza al Sud non è un destino cinico e baro, ma una conseguenza predeterminata di scelte lontane e diseguali che persistono ancora oggi.
Insomma che le braccia dovessero salire dal Sud al Nord era stabilito a tavolino. Altro che Sud tanto incapace da dover dipendere dalla benevolenza altrui (sembra di rileggere Adam Smith e il suo macellaio che pensava anzitutto al suo interesse non a quello degli acquirenti). Grazie a quelle braccia il dopoguerra ha avuto il miracolo economico italiano. Grazie a quelle braccia il Nord si è arricchito a livelli che non avrebbe mai potuto raggiungere altrimenti. Quindi Sud che assiste il Nord, non viceversa. E grazie alla stessa ingiustizia nei mezzi messi a disposizione degli uni e degli altri, il Sud deve cedere i suoi studenti senza i quali le università del Nord non si circonderebbero di tanta gloria. Così come il Sud deve mandare i suoi malati a un sistema sanitario settentrionale tanto ingrassato dalla consueta diseguale «spesa storica» da avere la necessità di riempire i troppi letti a disposizione.
Tutto questo occorre dire perché fra i perdenti predestinati non ci sia anche la verità.
(PS. Tutto questo anche negli stessi giorni in cui si è avviato davanti al governo il meccanismo per dare più autonomia su alcuni temi a quattro regioni del Nord. Autonomia come poteri. Senza però far nulla perché quei maggiori poteri non si traducano ancora una volta nel dare sempre più a chi più ha, e sempre meno a chi meno ha. Ma se ne riparlerà, che se ne riparlerà è più sicuro che la Terra è rotonda).
















