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L’eredità e l’esempio dello zio Venerabile

L’eredità e l’esempio dello zio Venerabile

È così strano per me, che non sono neanche battezzata, essere parente di un quasi Santo, a cui sono intitolate strade, associazioni e persino squadre sportive, un simbolo per la comunità, morto nel 1955

12 Giugno 2022

Erica Mou

Esattamente cent’anni fa, nel 1922, veniva fondata a Bisceglie la Casa della Divina Provvidenza per opera di Don Pasquale Uva. “La città dei pazzi”, così è stato a lungo identificato il mio paese e, durante l’adolescenza, sentivo parlare spesso dell’ex manicomio come un luogo di sofferenza, di corruzione, di dissesti economici, di raccomandazioni. Un posto di dolore.

Così non mi sono mai avvicinata alla storia di questo luogo, di cui ho sempre sentito parlar male, né dell’uomo che lo ha fondato, di cui ho sempre sentito parlar bene, nonostante io sia la sua bis- bis-nipote. Non ho mai approfondito la storia di Don Pasquale Uva, Venerabile in corso di beatificazione, e zio di mia nonna.

È così strano per me, che non sono neanche battezzata, essere parente di un quasi Santo, a cui sono intitolate strade, associazioni e persino squadre sportive, un simbolo per la comunità, morto nel 1955.

È solo in occasione del centenario della fondazione che ho finalmente parlato dell’argomento con mia nonna materna, che oggi ha novantaquattro anni ed è stata la professoressa di matematica di intere generazioni di biscegliesi.

Le si illuminano gli occhi e mi dice che suo zio era una persona buona e intraprendente. Se lo ricorda sempre tutto nero, dalla testa ai piedi, tant’è che le sorge il dubbio di averlo visto per tutta la vita indossare lo stesso vestito e le stesse scarpe, come accade coi personaggi dei cartoni animati. “Rubava i soldi a suo padre, ovvero mio nonno, che era contadino, per prendersi cura dei bisognosi”, mi dice.

“Chiedeva alle suore di non stirare gli abiti per non sprecare corrente, e destinare i soldi così risparmiati agli ammalati. Quando veniva a pranzo da noi mangiava l’uovo crudo lasciando che si cuocesse col calore del riso lesso, affiancato nel piatto”. Di Don Pasquale mia nonna ha conservato una coperta a quadri che poi ha donato al museo a lui dedicato, inaugurato da poco. L’eredità delle intenzioni è molto più difficile da preservare degli oggetti.

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