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La mia Pasqua «etiope» perduta

La mia Pasqua «etiope» perduta

La Pasqua misteriosa, cruenta che, bambino, mi terrorizzava al paese dei miei

17 Aprile 2022

Gaetano Cappelli

Non ho mai capito perché quando sento la parola Pasqua, un automatismo ignoto mi induce ad aggiungervi, ineluttabilmente, l’aggettivo «etiope». Sìssì, come Pasqua Etiope di Battiato: vabbé, ma che c’entra? Eppure eppure, a ripensarci… allora scelgo da Spotify quella musica celeste – un pianoforte che pare risuonare da un vicolo assolato, la salmodia in latino del Maestro e l’ oboe, come un’arcaica tibia pastorale – ed eccola, la Pasqua dei miei (nostri) ricordi! La Pasqua misteriosa, cruenta che, bambino, mi terrorizzava al paese dei miei. La processione dei diavolacci incappucciati, l’Addolorata pugnalata, le maddalene disperate in gramaglia, la masnada di ragazzini che facevano rimbombare, sinistre, le troccole.

Ma la Pasqua era anche il pranzo in famiglia, cui, dopo la messa, si andava impettiti nei vestiti nuovi della festa – papà mamma, ci tenevano a esibirci al massimo del nostro splendore; che era poi, di riflesso, il loro: andati via dal paese dovevano pur mostrare che ne era valsa la pena. Ci avevano portato, noi recalcitranti, da Penitente o Lamorgese, a scegliere i modelli dai tagli migliori, prima di imporci i non meno esecrabili tagli di capelli dai F.lli Scavone. Io ne uscivo sempre tosato tipo l’orfanello d’ un tetro collegio. Lo stesso dove sarei stato rinchiuso se non mi fossi comportato a modo, dai parenti.

Quindi seguiva il viaggio ammassati nella 600 rilucente, ed eccoci, al suono festoso delle campane, sfilare nella piazza con addosso gli sguardi critici dei paesani, cammina dritto tu, e guarda guarda quelle scarpe!, ma come te le sei sporcate, deficiente? Aspetta… eggiù uno sputacchio nel fazzoletto, dio che schifo!, e dopo la lucidata con qualche strattone d’avvertimento, siamo infine pronti per la nonna. La grande tavola imbandita nella sua grande casa, la pizza rustica, gli asparagi di campo, la pasta al forno e tutto il resto, fino alla colomba e la «sorpresa» al profumo di cioccolato delle uova; e, certo, la poesia finale.

Riuscivo sempre a bere qualcosa di nascosto, per darmi coraggio e recitarla sotto gli occhi severi degli zii, delle più accomodanti zie; per sopportare i paragoni con le cugine, sempre più brave… ma era così bello poi starsene, anche più che leggermente ubriaco nella penombra della loggia, di fronte all’azzurra lontananza dei monti, la brezza sul viso e il cuore innamorato: erano arrivate le amichette delle cugine, nel frattempo, e sì, sentivo tutt’intorno quella musica, la musica di Pasqua Etiope, anche se Battiato non l’aveva ancora scritta. Qualche anno appena e sarei diventato un capellone.

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