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di Fabio Amendolara

POTENZA - Una lettera scritta da Marcello Russo - il detenuto di Montescaglioso morto in circostanze mai chiarite nel carcere di Voghera nel 2009, ucciso dal gas di una bomboletta da cucina nella sua cella (nella richiesta di archiviazione il pm sostiene che «non vi è la prova che si sia trattato di un suicidio) - è stata consegnata ieri mattina ai giudici della Corte d’assise di Potenza. A depositare il documento, scritto di a mano, è stata la madre di Russo. La donna è testimone nel processo per la mattanza degli anni Novanta.

Il contenuto del documento non è ancora stato reso noto.

Ieri mattina si è celebrata l’ennesima udienza nell’aula bunker del palazzo di giustizia di Potenza. Il pubblico ministero antimafia Laura Triassi si è opposto all’acquisizione della lettera (i difensori - sul punto hanno interloquito gli avvocati Pietro Damiano Mazzoccoli e Carmelo Panìco - hanno chiesto tempo per poter prendere visione del documento).

Gli imputati - per omicidi di oltre 20 anni fa - sono stati rinviati a giudizio nel mese di gennaio del 2007. Il primo grado di giudizio va avanti, quindi, da otto anni. I dieci omicidi sono stati commessi a Montescaglioso nei primi anni Novanta nell’ambito, sostiene la Procura, della «guerra di mafia» tra i clan Zito e Bozza. Entrambi i boss - Pierdonato Zito e Alessandro Bozza - stanno scontando l’ergastolo. Il primo, dopo anni di carcere duro (il 41 bis dell’ordinamento penitenziario) a Rebibbia, è detenuto a Voghera, il secondo è detenuto a Nuoro.

Bozza sta scontando l’ergastolo per gli omicidi di Cesare Liuzzi e Vittorio Masella, uccisi nella primavera del 1989 a Bernalda e Montescaglioso.

Liuzzi, reo di aver lucrato personalmente sul traffico di sostanze stupefacenti, sarebbe stato ucciso da Riccardo Modeo e Cosimo Murianni con la complicità di Bozza. Masella subì una sorta di processo sommario per essere passato al clan De Vitis di Taranto.

Secondo i pentiti che hanno ricostruito la fase criminale dell’ascesa della banda poi guidata da Bozza, fu sempre Riccardo Modeo a dare il colpo di grazia con un colpo di pistola al cuore. Zito ha sulle spalle l’omicidio di Gianfranco Bitondo, suo cugino. Secondo gli investigatori Bitondo fu condannato a morte dal suo capo perché sospettato di aver fornito indicazioni alle forze dell’ordine sul nascondiglio dove era rifugiato Zito durante un periodo di latitanza. Gli imputati sono nove.

Oltre a Zito e Bozza, presunti capi delle due fazioni in lotta, sono imputati Vito Grieco, Vincenzo Rucci, Vito Masiello, Marco Ditaranto, Paolo Ditaranto, Cosimo Palagiano e Antonio Dinota. I nove sono accusati di aver preso parte a una guerra di mafia che, a inizio anni Novanta, fece contare dieci morti a Montescaglioso: cinque per gang.

Per volontà di Zito sarebbero stati uccisi Cosimo Giannotta, ucciso in una cava di tufo vicino al paese; Giuseppe Mazzoccoli e Francesco Giannotta, uccisi nella pizzeria «Peccati di Gola» con un «blitz» che portò al ferimento di altre sei persone tra cui lo stesso Bozza; Silvano Ditaranto e Giuseppe Festa (nel corso di un agguato di stampo mafioso).

Per ordine di Bozza - secondo l’accusa - sarebbero stati uccisi Rocco Petruzzo, raggiunto da colpi di una pistola a tamburo, Giuseppe D’Ambrosio, giustiziato con un colpo alla testa nel corso di un agguato, Rocco Andriulli, con le stesse modalità, Ugo Mona e Luciano Oliva.

Fatti che hanno segnato la popolazione del centro materano in quella che viene ancora oggi ricordata come la «stagione di piombo dei clan di Montescaglioso». Una stagione cancellata poco dopo da una serie di operazioni e di inchieste. Sugli omicidi però manca ancora un verdetto giudiziario. Un contributo al processo potrebbe arrivare proprio dalla lettera di Russo.

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