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Nella morsa del calo demografico è una regione laboratorio, cerniera tra Ionio e Tirreno

Report Svimez, parla il presidente Giannola: «Zes, occasione di rilancio»

Cita lo storico Giuseppe Galasso, il presidente della Svimez, Adriano Giannola, presentando il Rapporto 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno. «Rimproverava di essere molto strabici nel guardare il divario Sud-Nord del Paese e non quello Italia-Europa». Un doppio divario che emerge in tutta la sua drammaticità nella fotografia della Svimez. Il 2019 vede il Sud entrare in «recessione», con un Pil stimato in calo dello 0,2%, a fronte del +0,3% del Centro-Nord (+0,2% la media nazionale). In Basilicata nel 2018 l’incremento del Pil è stato modesto, +1%, dopo la forte accelerazione della crescita negli anni scorsi: addirittura +8,9% nel 2015. A trainare la regione è in particolare l’industria (+3,8%), ma anche l’agricoltura fa un balzo in avanti (+2,2%), mentre le costruzioni si attestano sul +0,7%. In controtendenza i servizi il cui valore aggiunto cala del -0,2%. Si riallarga anche il gap occupazionale tra Sud e Centro-Nord. In Basilicata, in 10 anni dal 2008, i livelli occupazionali sono scesi del -3,6%. Crollo dei consumi, «trappola demografica» con un calo delle nascite che si attesta al -4,5 per mille, consistente perdita di laureati 33,9%, divario infrastrutturale, utilizzo dei Fondi europei fanno della Basilicata una regione che finisce per assumere una propria connotazione rispetto alle altre del Sud.

Ne parliamo con il presidente Giannola che è stato anche Presidente del Comitato ordinatore della Facoltà di Economia dell’Università della Basilicata.
«Il Rapporto Svimez 2019 conferma la sua relativa diversità. È la regione più problematica dal punto di vista della demografia; è una piccola regione che da da tempo subisce l’esodo dei giovani determinando problemi di sopravvivenza di una piccola università, mitigati dalla Regione che da anni interviene per compensare, con una parte di royalty, i tagli nazionali che penalizzano proprio i piccoli atenei. Dall’altro c’è Matera che ha un impatto favorevole che si riverbera su tutta la regione proprio perché così piccola, anche se questo ovviamente questo non cambia il segno delle cose».

Ma quanto i riflettori su Matera potranno reggere ancora?
«Le idee per il dopo 2019 si concretizzano in una visione estremamente moderna ma legata alla tradizione. È vincente l’idea di farne un polo dell’industria della comunicazione e della creatività. Basta pensare al cinema con il ritorno di Mel Gibson dalla Passione alla Resurrezione. C’è stato un grosso rilancio, ma ora si cerca di stabilizzare Matera come industria permanente dell’alta tecnologia, del 5 G, nel polo di San Rocco ex sede dell’università dove sono già arrivati una serie di grandi player da Huawei Academy, al Cnr, Centro Aerospaziale. Si punta sul new manufacturing in una realtà virtuale. Ci sono tutti i sintomi di un nuovo Rinascimento».

Luci e ombre in una regione dove il livello di spesa è alto, ma la qualità?
«Basta guardare alle royalty, un flusso continuo di risorse non sovrabbondante ma consistente. Io che sono stato tra i fondatori della Facoltà di Economia in Unibas, ho sempre sostenuto che questa rendita finanziaria che ha risvolti naturali è dispersa in mille rivoli, non c’è una strategia regionale di ottimizzazione. Privilegiate le esigenze locali, la Regione dovrebbe mettere a punto dei progetti regionali».

E la Basilicata non è solo petrolio...
«È una regione piccola che ha tante risorse naturali, come l’acqua che è un bene comune del Mezzogiorno, e dovrebbe specializzarsi sull’uso di queste risorse, diventando un polo di riferimento anche attraverso la Fondazione Eni Enrico Mattei, che si trova sul territorio come forma di risarcimento per il disagio ambientale che la Val d’Agri comporta. Di fatto potrebbe essere orientata in forma sinergica con l’Università della Basilicata per creare realtà sperimentali su temi dell’economia sostenibile e dell’ambiente. Insomma, farne un prototipo che possa attrarre risorse e studenti. Insomma una regione che ha un ruolo molto particolare ma che dovrebbe avere questa consapevolezza».

Poi c’è il gap infrastrutturale e qui andiamo a quello che lei ha chiamato il mistero. Nonostante l’austerità e i vincoli, le risorse non mancano. Allora perché non si spendono?
«Quel poco che si investe è al Nord e si è sempre argomentato sulla carenza di domanda data dal servizio. L’Alta velocità è sintomatica: nel Centro Nord la rete è di 1.402 km, pari all’88,6% del totale. Data l’orografia del territorio lucano ci dimentichiamo che la Basilicata è grande poco meno della Toscana, ma quanto a popolazione è un quartiere di Napoli. La quota di risorse andrebbe collegata anche alla dimensione del territorio».

Il premier Giuseppe Conte, intervenendo alla presentazione del Rapporto, ha detto che “Se riparte il Sud, riparte l’Italia, non è uno slogan, è una fondata consapevolezza”. Ma lo è realmente?
«Non è una consapevolezza generale, purtroppo c’è l’idea che il Nord vorrebbe solo disfarsi del Sud. In Veneto e Lombardia ritengono che se si liberassero dal Sud, crescerebbero di più. Invece, c’è una interconnessione tale che se non cresce il sud non cresce il Nord. E si aggiunge questo doppio divario, Nord e resto d’Europa. Vogliono eliminare il peso morto del Sud, in realtà stanno peggiorando la loro situazione, stanno segando il ramo su cui stanno seduti. In realtà il Nord, prende molte più risorse sottraendole al Sud e determinando un’ulteriore crisi del Mezzogiorno. La Svimez ha ampiamente documentato la grande illusione dell’autonomia rafforzata».

Tra i problemi sollevati, la capacità amministrativa del Sud.
«Quando hai carenza di risorse, hai anche di capacità di governo, di burocrazia efficiente, qualità amministrazione che è sicuramente peggiore in Campania rispetto alla Lombardia. I problemi vanno affrontati nella loro complessità, anche facendo ricorso all’art. 118 sussidiarietà orizzontale, che dà potere all’autorità più vicina al cittadino, ma se non funziona si impone una scelta verticale facendo ricorso all’art. 120 e ai poteri sostitutivi per offrire quel servizio al cittadino. Questa è autonomia differenziata».

Alla luce di punti di forza e criticità come vede il futuro della Basilicata?
«È un caso di studio e continua ad essere un laboratorio avendo le caratteristiche per clima, ambiente, sostenibilità. Matera è molto promettente. Poi c’è il tema delle aree interne, della contiguità fisica con Potenza. Non si possono mettere le barriere ma creare alleanze. La Zes di Taranto tra Basilicata e Puglia, offre una grande opportunità di collaborazione tra regioni, ma rafforza il ruolo della Basilicata che territorio cerniera tra il Tirreno e lo Ionio. È molto promettente perché riesce a coniugare la ricca agricoltura del Metapontino con le strutture logistiche del porto di Taranto. L’obiettivo è agganciarsi al Tirreno, con il Metapontino attrattore dell’industria alimentare. È un grande produttore di qualità di eccellenza agricole ma la trasformazione è limitata. Le opportunità logistiche e di commercializzazione che determina la Zes integrando agricoltura e industria possono essere essere un importante elemento propulsivo di questa zona».

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