Giovedì 28 Maggio 2020 | 02:56

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Cabral (nome di fantasia per tutelare quel che resta della sua riservatezza) ha 20 anni e, a differenza della lingua che parla e che studia, non è Italiano ma della Guinea Bissau, è arrivato qui 4 anni fa

Potenza, la paura del profugo respinto: commissione non gli riconosce protezione umanitaria

Foto d'archivio

POTENZA - Due angoli del mondo, a 4mila chilometri di distanza. In uno non c’è più un tetto, un parente, un amico. Nell’altro c’è una casa, una scuola, una famiglia pronta a offrire cure e affetto. L’idea di tornare a casa dovrebbe essere rassicurante, ma non è così per lui, perché una commissione ha deciso che casa sua è lì dove non ha più niente, mentre è estraneo a quel contesto dove c’è tutta la sua vita.

Cabral (nome di fantasia per tutelare quel che resta della sua riservatezza) ha 20 anni e, a differenza della lingua che parla e che studia, non è Italiano ma della Guinea Bissau. In Italia ci è arrivato quattro anni fa, dopo un lungo viaggio attraverso il deserto. Era partito circa un anno prima, quando sua madre era morta lasciandolo privo di ogni punto di riferimento e di ogni ragione per restare. L’approdo in Sicilia, poi in Basilicata, a San Fele, poi su un fino ad allora sconosciuto banco di scuola e, ancora, in una squadra di calcio locale dove poter segnare e sognare un futuro da campione.
Probabilmente aveva dimenticato le difficoltà, nella sua mente nemmeno riecheggiava l’idea di non essere italiano, ma a ricordarglielo, spietata, è stata la commissione che ha esaminato il suo caso: non gli ha riconosciuto la protezione umanitaria. Non c’è una persecuzione, non c’è un pericolo di vita, e sebbene in quel Paese non abbia più nulla è lì che deve tornare perché lì è casa sua.

Una doccia fredda. Per lui, per le persone che gli stanno vicino. Per Claudia, la sua docente di Italiano del centro per minori non accompagnati per cui quel ragazzo era diventato un fratello minore. Al punto che dopo essersi spostato a Pesaro, ora, in questo momento di difficoltà è tornato in Basilicata, ospite della famiglia di Claudia, alla ricerca di un conforto qui, e non in Guinea Bissau.

Il ricorso contro la decisione è un percorso rituale, ma, in fondo, tutti sanno che le speranze di un ribaltamento del verdetto sono prossime allo zero. E Cabral ai suoi cari ha confidato di sentirsi a un bivio terribile: da una parte un viaggio per una terra ormai ignota che anche definire ritorno sarebbe improprio, dall’altra una vita da «fantasma» in quella che sente ormai come la sua terra. Perché se lo Stato è inclemente e non gli lascia via d’uscita, una scappatoia pure qualcuno potrebbe prospettargliela: una vita da clandestino in Italia, come hanno fatto e continuano a fare in tanti. Ma lui ha paura. Sa che quella strada lo consegnerebbe inesorabilmente a una vita di illegalità, lo renderebbe ostaggio di chi potrebbe proporgli ogni genere di attività per guadagnarsi da vivere in assenza di una posizione all’anagrafe. E lui, che studiando per la licenza Media, ha avuto modo di apprendere il concetto di Stato, di dovere, di legalità non vuol passare dall’altra parte.

Cabral ha paura di diventare uno di quegli immigrati di cui gli italiani hanno paura. Uno di quegli immigrati manodopera della criminalità che questo sistema contribuisce a creare. Malgrado tutti.

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