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Può un errore di gioventù diventare un marchio per tutta la vita? A nessuno è negata una seconda chance, ma per una giovane coppia di Potenza (di cui omettiamo le generalità per tutelarne la privacy e rendere irriconoscibili i minori coinvolti nella storia) pare che la giustizia abbia deciso che qualunque percorso riabilitativo, quant'anche certificato da perizie, sia carta straccia. Inutile. Ininfluente. La droga appartiene al passato, entrambi sono riusciti a venirne fuori e oggi sono «puliti», hanno un lavoro, conducono una vita normale, semplice, in una casa dignitosa. Manca, però, il tassello più importante della loro unione: i figli. Ne hanno tre, tutti molto piccoli. Da due anni non li vedono, non li sentono, non sanno dove si trovano.

Quando l'eroina faceva parte del loro quotidiano, circa quattro anni fa, li hanno trovati privi di sensi nel loro appartamento e due bambini (il terzo doveva ancora arrivare) furono portati in una casa famiglia. Nel giro di poco tempo fecero ritorno a casa su ordine del giudice del tribunale per i minorenni che decise anche di monitorare la coppia affidandola ai servizi sociali.
Ecco il precedente che, evidentemente, per la giustizia è d'inchiostro indelebile. Perché sono bastate le accuse della madre della donna - magari alimentate da un rapporto conflittuale pre-esistente con la figlia - a scatenare il finimondo, a determinare un nuovo allontanamento dei bambini (da circa un mese era stato partorito il terzo). Da allora la coppia non ha visto più i piccoli, se si eccettua un breve periodo di visite consentite nella casa famiglia dov'erano ospitati i figli.

Sono trascorsi due anni. Un incubo infinito che ha origine in accuse infamanti, ancora più gravi perché pronunciate dal tuo stesso sangue, da chi ti ha messo al mondo. L'accusa: scarsa attenzione nei confronti dei figli, al punto da dimenticare di farli vaccinare (circostanza smentita poi dai documenti sanitari), situazione economica precaria e inadeguata a sostenere il peso di una famiglia, la scelta di vivere in una soffitta sporca e in condizioni igieniche precarie e pericolose soprattutto per i piccoli, lo spettro della droga ancora presente.
Accuse che la stessa donna, successivamente, ha in parte ritrattato spiegando che temeva per i nipoti e che il suo fine non era quello di toglierli ai genitori, ma di proteggerli.

Il tribunale - dicono i due giovani genitori - è andato a gamba tesa senza una preventiva indagine sulla veridicità di quanto affermato. Via i bambini e successiva cancellazione della patria potestà, con i piccoli che nel frattempo sono stati affidati a una famiglia. A nulla, fino a oggi, sono valse le documentazioni che la coppia ha prodotto per il tramite del legale di fiducia: innanzitutto i controlli tossicologici su entrambi hanno escluso in maniera categorica l'assunzione di sostanze stupefacenti. Quanto alla soffitta sporca, i due hanno dimostrato che in realtà vivevano in un appartamento al piano terra per nulla degradato.
Non era, insomma, una situazione logistica tale da non garantire condizioni di vivibilità. Sull'aspetto economico, i giovani hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato che consente loro di poter contare su un reddito mensile di tutto rispetto e comunque tale da poter assicurare il giusto sostegno alla prole.

A completare il quadro ci sono le consulenze, a cominciare da quella tecnica di uno psichiatra che ha certificato come la coppia abbia una capacità genitoriale, anche se lo stesso medico ha evidenziato che per dare un giudizio completo sulla questione avrebbe avuto bisogno del supporto dei servizi sociali, per metterlo al corrente della situazione attuale dei minori. Invece non ha avuto uno straccio di notizia riguardanti i tre bambini. Anche l'assistente sociale ha disegnato un quadro familiare sereno in un'abitazione accogliente, «escludendo elementi di particolare pregiudizio», pur sottolineando che per l'acquisizione di elementi più indicativi c'era bisogno di un maggiore approfondimento e di un monitoraggio costante.

Nel frattempo, però, i figli sono stati dati in affido. Alla coppia è negata non solo la possibilità di vederli da oltre due anni, ma anche di sapere dove e con chi si trovano. Nel silenzio più assoluto - tuonano i due giovani - del tribunale a cui si sono rivolti trovando un muro invalicabile. Più alto della loro disperazione di genitori che ritengono di aver subìto un'ingiustizia. Con il passare dei giorni aumenta l'angoscia, sapendo che il passaggio tra l'affidamento e l'adozione è ormai questione di poco tempo. A quel punto non avrebbero più neanche alcun appiglio burocratico per poter sperare di riavere in casa i propri figli. Lontani, scomparsi, inghiottiti. Senza contare che più passano i mesi e più i bambini potrebbero metabolizzare il contesto familiare in cui si trovano: sottoporli a un nuovo distacco sarebbe deleterio per la loro psiche.

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