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«Non parliamo di plastica!». Oggi, praticamente. Sembra quasi di ascoltare i nostri propositi odierni. Siamo invece ai tempi mentali, culturali, letterari di Giuseppe Berto, nel suo suggestivo Oh, Serafina, portato poi sul grande schermo dal maestro Alberto Lattuada. Dal film la citazione, infatti.

Natura incorrotta, contemplazione del creato, dialogo oltre le specie. Al tempo del Covid, casualmente, ecco qualche giorno fa questo bel film con un (al solito) surreale Renato Pozzetto annata '76, perfetto nella parte, laddove perfetto sembra anche il film in momenti in cui ci si interroga sulle scelte strategiche umane quanto a rispetto per l'ambiente, clima, vita e morte stesse delle creature. Ad Assisi, allora, il viaggio di nozze per il protagonista Augusto, padrone industriale e ricco ereditiero, in segno d'armonia con il disegno francescano e giottesco d'amore per Dio e per gli uccelli, le bellezze della terra; in distonia con una moglie nata operaia, completamente immersa nella civiltà dei consumi, bella ragazza che subito capisce l'antifona di un marito preso dalla bellezza del cielo, cui dunque poter fare di tutto e da cui tutto trarre per i propri interessi. «Io non sono più operaia, sono padrona anche io. Estendiamo l'area edificabile, dai».

E lui ancora imperterrito, persino nei momenti intimi, con le consuete trasposizioni dei piani appunto alla Pozzetto, qui in chiave social-luddista: «Ma dai, non parlarmi di plastica».

E allora torna l'attualità di una buona, ottima narrativa d'autore che all'ecologia ha sempre pensato in Italia. Una narrativa da considerarsi in pieno come letteratura, anche alta, giacché nell'Italia di Calvino, Pasolini e Sciascia, c'erano anche, con Berto, Chiara, Arpino, Crovi, Doni, Salvalaggio ed altri. Né Berto, col suo personaggio che letteralmente parla e canta e vive con gli animali, è stato l'unico in questo senso. Come non pensare anche a Paolo Volponi ed al suo Il pianeta irritabile? Ma riecco ancora questo romanzo, questo film. L'industriale è di provenienza contadina, non ama il progresso, se ne sta in un mondo suo, con la moglie che, dopo averlo ingannato su tutto, serialmente lo tradisce, costruendo a letto quei rapporti di potere che al marito non interessano.

L'imprenditore poco impresa e tanta campagna, poco amore e molte parafilie, è motteggiato anche dai suoi operai: dona milioni ad associazioni animaliste e ad Italia Nostra (che sarà presieduta da uno scrittore, Giorgio Bassani), finirà per non regalare pellicce alla moglie, diventerà vegetariano, per poi sbottare: «Non ho la pazienza morale di san Francesco io». Intanto, concessione del sindaco-amante della moglie Palmira è fatta, alle sue spalle ovviamente. L’azienda cresce. La sua azienda, sempre meno sentita. Un sindaco che nel film è interpretato dal grande Gino Bramieri. Così, proprio mentre col piccolo figlio-non figlio (il sospetto è il vero padrone) nasce un'intesa nel nome del creato, ecco la sofferenza spirituale e psicologica del nostro.

Una favola vera, quella di Berto e poi di Lattuada, a tratti sull’esistenziale andante. La questione ambientale resta centrale. Ecco, si diceva del Covid. Che ne è del nostro ecosistema? Perché Milano, Bergamo (ambientazione prettamente lombarda, tra l'altro, quella del romanzo e del film)? Perché l'area più industriale del paese colpita? Cosa abbiamo fatto alla natura? La scienza dirà se l'inquinamento ha avuto il suo ruolo in tutto ciò.

Nel libro e nel film, intanto, finisce che chi ama la natura va dritto al manicomio, ovviamente a parlare agli animali, con gli animali. Tante le metafore possibili, di certo una storia anche dal vago sapore pasoliniano, nel senso dell'Italia profonda nel pieno della sua transizione e passaggio dalla civiltà agricola a quella industriale. Curiosi alcuni dialoghi. «Ma sono proprio matto?» e l'avvocato «Sì, ma chi non lo è?». Arriverà l'amore vero, ecco Serafina, una bellissima Dalila Di Lazzaro, fascino e azzurro donna dopo l'azzurro cielo tanto agognato e una moglie che, ovviamente, si concede anche al direttore del manicomio. La volgare adultera è però ormai solo un ricordo e il piccolo figlio farà disperare sua madre: anche lui parla con gli animali, figlio (ora senza più subbi) di papà suo.

Augusto, intanto, ammira e sogna la sua nuova (vera) donna e poi, appena la rivede, è diretto: «Io ho solo voglia di amarti». Lei segue un itinerario comune, figlia ribelle di un venditore di armi, padre anche cacciatore, padre che arriva ad odiare. Si concretizza così spontaneo l'ardore serafico verso la bellezza della natura e dell’amore stesso. I due si conoscono, si abbracciano. Iniziano ad amoreggiare. «Sono tua». «Sono tuo». Così gli innamorati urlano mentre vengono divisi con la forza dopo l'approccio, con l'umanità dolente del manicomio che attorno spia i felici copulanti. Ma nessuno potrà sciogliere quell'abbraccio nato tra i pazzi, discorrendo dello splendore d’attorno e parlando forse al cielo. Le carezze nate tra i prati, quelle, nessuno potrà fermarle. Eccolo il «terreno» dell'amore.

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