Domenica 31 Maggio 2020 | 19:28

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NOVELLE CONTRO LA PAURA

Il «sistema» dei segreti e il sorriso di Silvia

Nunzio Smacchia e una mattina di fine agosto

Nunzio Smacchia

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Carlo era già a letto, ma non riusciva a prendere sonno; la mezzanotte era passata da un pezzo. Era una di quelle tipiche notti d’estate in cui farebbe piacere dormire fuori a contatto con la natura. L’aria era stagnante, afosa: non si respirava. Nei viali quasi deserti, si sentiva solo il parlottio e i passi di alcune coppie che stancamente si dirigevano verso i propri alloggi. Carlo stava pensando a Silvia: era quasi una settimana che la conosceva. Tutto ciò che sapeva di lei glielo aveva detto Silvia stessa, perché indotta da lui, tramite un abile costrizione psicologica.

Accadeva spesso che, quando si incontravano al mare, al bar o semplicemente lungo i viali del villaggio turistico, Carlo spingesse Silvia inevitabilmente a parlare di sé. In tale modo tentava di vincere il forte orgoglio di lei. Non è che si divertisse molto, ma ci provava gusto, questo si. In queste cose era un maestro…La sua decantata abilità (dagli altri, s’intende) consisteva nel cercar di tirar fuori dall’animo di una persona tutto quello che di brutto o di bello c’era e tentare di analizzarlo, sviscerarlo, e molte volte andare alla ricerca delle cause e degli effetti. La sua linea d’indagine consisteva nel parlare prima di sé, per indurre magistralmente gli altri, in un secondo momento, a parlare dei loro problemi e dei loro stati d’animo. Il suo atteggiamento era di chi ascoltava con attenzione, con cenni del capo e con un intercalare tipico di maniera: «si…, certo…, è chiaro…, è evidente… ecc.». Successivamente, invece, a mano a mano che la persona parlava, si confidava sempre di più, diventava sensibilmente più freddo, compassato, completamente estraneo al racconto, ma era tanto accorto da non darlo a vedere; anzi, faceva notare il contrario. La sua fascinosa abilità consisteva nel non essere personalmente, intimamente preso o turbato in qualche modo dall’analisi stessa, ma nel far finta di esserlo. Apparentemente, esteriormente ci riusciva o, quello che più conta, faceva vedere di capire. E questo era quanto bastava. Accadeva così che veniva ascoltato con occhi esterrefatti e pieni di ammirazione. Con tale «sistema» (sì, perché tale comportamento lo aveva assunto a sistema) diverse ragazze si erano aperte, rivelando molti loro segreti, e si erano affidati a lui come alla persona che, finalmente, le aveva capite. Ed effettivamente lui le capiva. Restava da scoprire se dietro questa ambiguità si nascondesse un animo cinico o un’indole egoistica. O se piuttosto il distacco interiore non celasse uno spirito partecipe ai problemi altrui al punto da temere di lasciarsene turbare.Era un diabolico e calcolato atteggiamento, il suo, o una malcelata sensibilità?

Probabilmente neanche lui lo sapeva o fingeva con se stesso di non saperlo, finché non incontrò Silvia. Già, con lei le cose andarono in modo completamente diverso. Fecero subito amicizia, com’era nello stile di Carlo, che, nonostante tutto, era piuttosto affabile e attraente sotto certi aspetti. Nacque un sincero e profondo rispetto tra i due, alimentato da una certa affinità psicologica e comportamentale. Carlo s’accorse subito che anche in costume da bagno conservava una particolare impermeabilità, un’astrattezza speciale, come fosse avvolta da una copertura inviolabile. Si muoveva con grazia felina e civettuola, come quegli animali consci della propria bellezza e fieri di farsi notare; emanava una specie di profumo che subito Carlo aspirava con intensità. Aveva un che di familiare e di distinto, una certa semplicità, che a lui era subito piaciuta. I suoi occhi appena velati di tristezza, erano pronti a schiarirsi, a illuminarsi; si ritrovava in essi una trasparenza infantile. Fu sulla spiaggia che Carlo cominciò a notarla. Quel corpo, agile e snello, nervoso e prepotente, di una carnalità mai vista, lo aveva fatto trasalire. Carlo non era facile a turbamenti epidermici, ma quella volta…Senza che se ne rendessero tanto conto si piacquero subito.I giorni passavano e i due si confidavano sempre più, si avvicinavano. Ogni loro incontro veniva tramutato in scherzo, in motteggio, si prendevano in giro l’un l’altro senza però superare certi limiti, come se si tenessero d’occhio per studiarsi meglio. Erano arrivati al punto di capirsi senza neanche parlarsi: bastava lo sguardo o una specie di frasario inventato e adottato solo da loro due. Il carattere di Silvia apparentemente docile e sornione, la portava a essere estroversa nel campo delle amicizie; tutti le volevano bene, alcuni (ragazzi e altri colleghi dell’ “ufficio vacanze” in cui lavorava) la idolatravano, altri ne erano segretamente innamorati. D’altra parte, non poteva essere diversamente con quell’aria per bene e sincera che si ritrovava. Ogni avance fattale, veniva da lei respinta con un sorriso dolce, come se volesse dire: “sei caro…, buono…, ma proprio non posso…, non insistere, ti prego…”. Quella settimana per Carlo, con lei vicina, era stata stupenda. E rimanevano ancora altri giorni da trascorrere insieme. Una mattina tutto finì quasi improvvisamente. Che Silvia sarebbe dovuta partire lui lo sapeva, ma non voleva accettarlo come un fatto vero, inevitabile. Sapeva anche che, quando fosse partita, tutto quello che si era costruito dentro si sarebbe rotto per non ricomporsi più; e questo Carlo lo presentiva. Con Silvia vicino aveva vissuto momenti indimenticabili, anche se lui non aveva mai avuto la forza di confessarglielo apertamente. Ora tutto sarebbe finito per sempre, senza neanche la speranza che quel gioco fatto di sorrisi e di piacevoli scontri psicologici potesse continuare. Quanto Carlo sentisse veramente per Silvia lo potette constatare quella mattina di fine Agosto…

Un tremolio di vetri e un leggero sussulto avvertivano che il treno stava partendo. Mai come quella volta Carlo aveva avvertito una stretta al cuore, continua, insistente. La sua mente era in subbuglio, non riusciva ad avere le idee chiare; gli occhi sbarrati, fissi, non si rendeva conto di ciò che stava accadendo intorno. Rimase sul marciapiede ad agitare la mano finché il treno non scomparve all’orizzonte. Si sentì le gote bagnate, stava piangendo in silenzio: due lacrime avevano solcato le sue guance. Era un pianto triste, trattenuto. Attraversando la stazione un’emozione violenta lo colpì: tutti i momenti trascorsi con Silvia gli tornarono in mente. Solo in quegli attimi si rese conto che quei ricordi e quelle emozioni non erano stati vissuti , sentiti anche da lei con la stessa intensità. Però, nonostante quell’amara constatazione, rivisse con estrema lucidità gli episodi più felici che c’erano stati tra di loro. Nel frattempo, mentre era immerso in quei pensieri, Carlo si vide fissato dall’autista che li aveva accompagnati alla stazione. Il suo sguardo era vivo, attento, e il suo viso era atteggiato a un piccolo sorriso di comprensione, come se avesse letto nel suo pensiero e gli volesse dire: «non importa…, non devi prendertela: capita a tutti di sentirsi così; però la vita continua… e se è destinato… vi rincontrerete». Carlo si sentì spiato nei suoi più intimi segreti. Ebbe fastidio, si sentì a disagio. Abbozzò anche lui un sorriso per rispondere educatamente al suo, ma anche per tentare di riprendersi. «Rincontrarsi.. se è destino, mah! Ma quando, come?», andava ripetendosi nella mente Carlo nel viaggio di ritorno. Chissà quanto avrebbe dato perché ciò avvenisse. Intanto per Carlo quella mattina fu l’epilogo di un’estate, che era stata straordinaria. Ed era finita con la triste conferma che nel suo «sistema» qualcosa non doveva aver funzionato per il suo verso tanto da rimanere vittima lui stesso. In quei frangenti non sapeva se imprecare contro o dire grazie al «sistema». Non sapeva se provasse gioia o delusione; forse, provava l’una e l’altra... Un filo di luce proveniente dalla finestra socchiusa tagliò il viso di Carlo, svegliandolo improvvisamente. Carlo si alzò, riscaldò un po’ di caffè e lo sorseggiò con la mente alla stazione. Come ogni anni, da oltre 10 anni, arrivava sua moglie: doveva essere puntuale, perché Silvia non sopportava aspettare.

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