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L’artista che «creava» banconote da 500 lire

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L’artista che «creava» banconote da 500 lire

La casa fu circondata alle ore 18. I poliziotti si nascosero tra gli avvallamenti della sciara lavica, un terreno arido, incolto e apparentemente sterile. Attendevano che una nuvola coprisse la luna. C’era, come sempre, un silenzio leggero attorno a quella casa di mattoni e pietra lavica: un paio di stanze con cucina e, in capo, un camino. Quello che da un paio di anni schiumava un fumo acido e denso. Nel quartiere, alla periferia di Catania, correva voce che vi abitasse un mavaru, un fattucchiere. Usciva poco l’inquilino, e nella notte buia due persone bussavano sfiorando la porta. Le comari del quartiere non amavano quell’ometto, baffuto, con occhiali spessi come binocoli, aiutato dal bastone per scansare pietre e superare avvallamenti. Il silenzio spesso non porta rispetto, ma curiosità. Così tra una parola e l’altra qualcosa arrivò al posto di guardia del rione. Un gendarme sollecito, e vanitoso, cominciò a sorvegliare la casa. Per carità, nulla da rilevare. Ma quel fumo denso e puzzolente lasciava presagire combutte con il diavolo, saponificazioni di cadaveri, ricerca di pietre filosofali… Ne dissero tante che nemmeno uno scrittore francese – sostenne un maestro di scuola – poteva immaginare. «Marunnuzza!», esclamarono in coro le comari. Sì, per loro lo stile «francese» aveva di certo a che fare con il sesso, quello sfrenato. Insomma, poco dopo le 18 di un caldo aprile del 1922, con uno schieramento che nemmeno il brigante Tacca del Lupo ebbe il piacere di avere, gli sbirri estraggono il revolver. Non si sa mai! Il Procuratore regio, come richiedono le regole, bussa alla porta con fare deciso ma educato, si aggiusta la cravatta e la bombetta, e attende.

Apre, lentamente, un piccolo uomo in giacca e cravatta, con occhiali spessi, una mano sulla porta e l’altra sul bastone. Sorride, come se attendesse quella visita. Da tempo. Sorride, come per una liberazione. «Siete voi Paolo Ciulla, nato in Caltagirone nell’anno 1867?». Assente in silenzio. «Vi dichiariamo in arresto». Così l’arrestato risponde: «E lei quando parla con un artista, con un grande artista, si tolga il cappello, illustrissimo signor Procuratore del re». Subito, con gesto teatrale, d’un colpo rientrato in casa, alza un telo mostrando a tutti la sua opera d’arte: i clichés per i grandi fogli delle banconote da 500 lire. Uno dei più grandi falsari di tutti i tempi cedeva volentieri il passo alla legge, per stanchezza sì, ma soprattutto per rendere finalmente pubblico la bellezza della sua arte.

Il processo è imbandito, subito, a Catania. I giornali riportano con dettaglio le cronache delle sedute, le aule sono stracolme. Per qualche settimana i catanesi non badano alle squadracce fasciste che negli stessi giorni distruggono tipografie e sedi dei lavoratori. Gli accusatori scavano in fondo a quella vita da umile, fuggito da un racconto di Verga o De Roberto. Ciulla, da parte sua, ottiene di difendersi da sé. E’ bravo, le cronache lo dicono, ma le parole «arte» e «artista» in tribunale hanno poco ascolto. Sì, perché in realtà Paolo Ciulla, il falsario dalle mani d’oro, ha sempre sognato di fare il pittore, sin da ragazzo in quel di Caltagirone, paese della ceramica. Soffrendo già dal primo impiego nel salone di un barbiere, lavoro costretto a lasciare perché accusato di aver fatto delle avances al ragazzo che portava i caffè. La gente del paese non si meravigliò, perché uno che frequenta la sera il circolo socialista certo qualche «perversione» deve pur averla! Allora fugge a Catania per frequentare maestri e artisti, per apprendere. Si appassiona alla fotografia, apre un elegante gabinetto di ritratti, ma il buon carattere gli impedisce di incassare e i clienti se ne approfittano.

Il fallimento è assicurato. Intanto trova lavoro in una tipografia, perché Paolo per i colori ha una vera vocazione. Un dono. Una sera il titolare della tipografia gli chiede di restare, quindi sbarra le porte e da una cassa a doppio fondo tira fuori colori e clichés, carta leggera e rulli. Per Paolo Ciulla comincia quella notte una storia che lo avrebbe inchiodato al destino come un Cristo alla croce. Sono capolavori le sue banconote da 50 lire. La tipografia conquista molti «clienti», troppi. Qualche sospetto comincia a circolare in città. Paolo, giovane e ansioso, decide di abbandonare l’Italia. In quei primi anni del Novecento segue il flusso del tempo e salta su una nave per l’Argentina. Il Sud dell’America dona lavoro a tanti, a molti italiani. Non a Paolo Ciulla.

Se il destino ti mette le mani addosso non puoi più svincolarti. Tenta la retta via, chiede permessi di lavoro, desidera semplicemente fare l’artista, il fotografo, il pittore. Ma la sua volontà socialista e il suo amare gli uomini lo inseguono come fosse una condanna. No, non trova lavoro. Ed è subito vendetta: contro le autorità. Comincia a stampare pesos. Denunciato,

arrestato, processato e velocemente condannato, è rinchiuso in un manicomio. La sua mente rischia di vacillare ogni notte. Scrive lettere disperate al fratello che, da Caltagirone, bussando a tutte le porte dei politici riesce a riportarlo in Sicilia. Si sa, gli artisti non vanno puniti, ma compresi.

E il carcere è senza dubbio il peggiore dei modi per comprendere. La rabbia di Ciulla contro gli uomini cresce. Vampa contro lo Stato che non lo comprende, che gli proibisce di essere se stesso, artista, socialista, omosessuale. Di avere quella libertà che la storia solo dopo molto, troppo sarà conquistata. Così la solitudine e la repressione della sua voglia di amore montano la sua rabbia, quella che muove la vendetta dell’artista.

Non vuole arricchirsi, solamente vendicarsi. Paolo Ciulla aveva visto scorrere davanti a sé tutte le delusioni nate dall’Italia dalla post unità al clima cosiddetto liberale. Un mondo che non gli appartiene mai, in nessun momento. Infine gli tocca di seguire con rabbia anche i primi segnali del fascismo.

Torniamo in quella casa alla periferia di Catania. Appartata, tra la sciara lasciata dall’Etna. Una casa con un unico segnale di vita: il camino. Ciulla ricomincia. Non più le 50 lire, ma solo le 500. Quei bei fogli larghi come lenzuola che per metterli in tasca occorreva ripiegarli in quattro. Quei fogli che con lui toccano l’apice del falso e la perfezione del vero.
Ritrova i suoi antichi soci, un carrettiere e sua moglie, che smerciano le banconote. Ha poco denaro. Deve usare scarti: colori, grasso animale preso in macelleria (e da questi i fumi del camino), una vecchia e consunta macchina per la stampa. La carta? Difficile da trovare. Poco male, sostituita con quella che veniva utilizzata nelle pasticcerie quale sottofondo dei gelati serviti nei piattini. Ma le sue banconote sono perfette, comunque. Studia a lungo il biglietto da 500 lire perché era quasi cieco. Lavora tra 5 pentole sopra un fuoco perennemente acceso. Ogni notte il carrettiere giunge per ritirare scatole colme di banconote.

Per ogni 500 lire false, quaranta buone vanno a Ciulla, dieci al carrettiere e altrettante alla moglie. Lo smercio è capillare a Catania, e in tutta la Provincia. Comunque il grande falsario resta povero. Un vago sospetto percorre qualche impiegato di banca. Arrivano gli esperti della Banca d’Italia, ma i due commissari non riescono a distinguere il vero dal falso di Ciulla. Anche la malavita catanese attinge a quei fogli. Sono loro a mettere in circolazione le banconote nei locali pubblici più alla moda, negli stabilimenti balneari, nei ristoranti, nei teatri, nelle gioiellerie. Nessuno si rende conto della falsità di quel denaro, né chi lo riceve, né gli impiegati di banca, né le regie guardie.

Così quando quell’aprile del 1922 le guardie circondano la casa sono convinti di trovare un mavaru, forse una macelleria clandestina o qualcosa di simile. E fu sempre felice Paolo Ciulla che la scoperta non fosse avvenuta per difetti di «fabbricazione». Una scoperta, un arresto quindi desiderato. Il falsario cieco, stanco e povero vuole smettere per stanchezza certo, ma anche per poter rivelare finalmente al mondo le sue qualità di artista. Il processo si conclude in pochi mesi. Il pubblico nell’aula è spesso richiamato all’ordine perché applaude le parole di Paolo Ciulla. Li rappresenta tutti. E’ condannato a 5 anni di carcere, un riguardo perché denuncia i complici.

Mai fece i nomi degli acquirenti che, quelli più famosi, ben conosceva. Da quella casa, dall’ultima tipografia, aveva sfornato non meno di sedici-diciassette mila banconote da 500 lire, pari a otto-nove milioni. Non pochi dei nuovi proprietari edili, nuovi agrumicoltori, nuovi candidati alle più alte sfere della Catania del domani avevano a che fare con i fogli di Paolo Ciulla. Tant’è che ancor oggi corre un detto sulla città: «Catanisi fausi!».

Paolo Ciulla, scontata la pena, passa gli ultimi anni di vita in serena miseria nell’Albergo dei Poveri Invalidi di Caltagirone. Insegna agli ospiti disegno e pittura. Dicono che fosse sereno, dicono di averlo visto guardare fuori dalla finestra e sorridere sotto uno sguardo ironico. Sul foglietto n. 19 del registro di carico e scarico dell’Albergo dei poveri del 1 aprile 1931, si legge una indicazione al Presidente dell’Opera Pia: «La prevengo con la presente che non ostante le tante amorose cure, è passato all’altra vita il nostro povero caro Paolo Ciulla». Nella borsa di uno dei più grandi falsari del Novecento trovarono pennelli, colori e una vecchia tessera del Partito Socialista. Nemmeno una lira. Il corpo fu composto in una misera cassa di legno, nessun parente o amico fu informato. Paolo Ciulla, l’uomo crocifisso dal destino e dalla società, l’uomo dalle mani d’oro, l’uomo che aveva arricchito tanta gente, l’uomo che con arte aveva reso vero il falso, svaniva, senza una lapide, nella fosse comune riservata ai poveri.

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