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L'intervista

Il giorno incombe, come la vita: una storia «nera» partita da Bari

Antonella Lattanzi presenta il suo nuovo libro edito da HarperCollins

Antonella Lattanzi

Antonella Lattanzi

«Oh se fosse dato all’uomo il conoscere la fine di questo giorno che incombe! Ma basta solo che il giorno trascorra e la sua fine è nota». È il Giulio Cesare di Shakespeare., il cui verso ritroviamo nel titolo del nuovo, riuscitissimo romanzo di Antonella Lattanzi, Questo giorno che incombe, da oggi in libreria edito da HarperCollins (pp. 456., euro 19.50)

Dopo quattro anni dal suo ultimo romanzo, Una storia nera (Einaudi, 2017) la scrittrice barese, che vive e lavora a Roma da molti anni, torna con un’altra storia buia, che si nutre delle sue zone d’ombra pagina dopo pagina, che induce il lettore a compiere lo stesso viaggio nel profondo di sé, nelle sofferenze e nelle tentazioni, nella estrema impreparazione alla vita e nella negazione di sentirsi inadeguata, vinta, rinata, persa, della protagonista, Francesca. È una donna arrivata Francesca, tanto da scegliere di fermarsi per inseguire un sogno, quello di scrivere un libro illustrato per bambini, e perciò è felice quando Massimo, l’amatissimo marito, le propone di trasferirsi con le loro due piccole figlie, da Milano a Roma, in una nuova casa, nella periferia moderna, dove tutto è perfetto a partire dal nome, il complesso «Il Giardino di Roma», popolato da condomini perfetti anche loro, una famiglia più che vicini di casa. Ma è proprio nel patinato che si nasconde il torbido che all’improvviso inizierà a eruttare come la lava di un vulcano e incenerirà sorrisi, ambizioni, «normalità», scatenando la parte peggiore che alberga in ognuno di noi, in questo giorno che incombe.

Lattanzi, perché ha scelto questo titolo che riprende la tragedia di William Shakespeare?
«Perché c’è dello shakespeariano in questa storia. Qualcosa che ha a che fare con il senso stesso del tradimento, della punizione che ne può conseguire, della via di fuga che esiste oppure no. Arriva sempre il momento in cui ci chiediamo “Se avessi saputo? Se avessi fatto diversamente? Se non fosse successo?”. E poi perché quando ho letto questa frase, proprio mentre ero alla ricerca di un titolo per il romanzo, e volevo anche questa volta un titolo che racchiudesse tutto, c’erano molti giorni che incombevano e che stavano cambiando i destini di tutti noi molto velocemente».

E anche in «Questo giorno che incombe» lei entra nelle viscere di una «storia nera». Una storia che però questa volta nasce da un suo ricordo infantile?
«Sì, quando avevo otto anni, nel condominio nel quale abitavo, a Japigia (quartiere a sud di Bari, ndr.), scomparve una bambina, come racconto nel romanzo. Questo evento nero ha avuto effetti a lungo termine perché quando andavamo in cortile ad esempio eravamo sempre sorvegliati dai nostri genitori, ma noi non sapevamo il motivo. Sapevamo che era pericoloso e che dovevamo stare in guardia, ma non sapevamo il perché. Quando ho compiuto diciotto anni poi, i miei mi hanno raccontato quello che era accaduto, quindi ho sempre pensato di scrivere qualcosa che affondava le sue radici in questa vicenda. Ci tenevo a inventare una storia e c’ho messo anni a preparare il mio ingresso qui».

Il suo romanzo quindi trae le mosse da un fatto di cronaca. E riflette anche la spettacolarizzazione dei fatti di cronaca nera ormai di moda.
«La cronaca nera non si esaurisce nel fatto in sé, ma modifica la realtà che la circonda. Anche il luogo rimane intriso del nero che modifica tutto come un effetto domino. La cronaca nera serve a raccontare la società e il mondo. Studiando gli atti di un processo ad esempio, si può avere un racconto vivido di un periodo in cui quel dato fatto è avvenuto, e si può anche esercitare il proprio giudizio critico tra verità storica e processuale. Ecco perché mi piacciano trasmissioni come “Un giorno in pretura” e invece trovo raccapricciante il circo mediatico che si crea intorno a determinate vicende, come quella dei tour turistici per andare a visitare i luoghi dove viveva la povera Sarah Scazzi».

La protagonista, Francesca, è una donna particolarissima. Sembra perfetta, calata in una vita perfetta, ma come tutte le perfezioni arriva il momento in cui si squarcia la superficie e viene fuori l’impossibile e l’inaccettabile.
«Lei è sempre stata innamorata dello stesso uomo, Massimo, che è diventato suo marito e il padre delle sue figlie. Si crede una donna risolta. C’è però qualcosa di strisciante che non va in tutta questa perfezione e che quando arrivano nella nuova casa, esplode. Volevo anche, a quarant’anni, riflettere sul senso della maternità, io che non sono madre, Francesca me ne ha dato la possibilità».

Lei è abituata ad avere un rapporto diretto con i suoi lettori. Quando esce un suo romanzo non si risparmia nelle presentazioni in giro per l’Italia. Questa volta però non sarà possibile, almeno per il momento.
«Ho iniziato a scrivere questo libro nel 2017, ma lo penso da circa vent’anni. Quando ne parlavo con l’editore pensavamo ovviamente che sarebbe uscito in un mondo conosciuto. E quando mi sono resa conto che ormai stavamo vivendo in un mondo che non era più quello prima, un mondo sconosciuto, mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto al mio libro. Intanto sono arrivate le nuove modalità di incontro intorno a un libro, che hanno creato anche un’intimità diversa tra autore e lettore. Certo, il contatto umano è insostituibile, ma a volte accade che qualcuno faccia domande durante le presentazioni on line, mentre è nell’intimità della sua casa e quindi si creano comunque situazioni di vicinanza».

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